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martedì 25 novembre 2014

BASTA CON LA VIOLENZA SULLE DONNE, PICCHIATE SOLO GLI UOMINI!





Benvenuti a un appuntamento speciale con L'indignato speciale, la rubrica mia, del solo e illustre Andrea Pompirana, oggi in via eccezionale ospite sulle pagine virtuali di Pensieri Cannibali. Oggi che tra l'altro non è una giornata qualunque. È la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Avete capito bene. L'eliminazione totale della violenza contro le donne. Persino quando propongono di vedere una fiction con Gabriel Garko anziché la finale dei Mondiali di Calcio.
È arrivata l'ora di dire basta alla violenza contro le donne. Non se ne può davvero più.
Vi sentite cattivi?
Ho il rimedio che fa per voi.
Contro la violenza contro le donne, sostieni anche tu la campagna “Viva la violenza contro gli uomini”.

Hai avuto una brutta giornata?
Picchia anche tu un uomo, è divertente!





E allora, cos'altro aspetti?
Grida “Stop!” alla violenza sulle donne e sostieni anche tu la campagna per la violenza contro gli uomini!

di Andrea Pompirana per PensieriCannibali.com


Ringrazio sentitamente Andrea per questo suo incredibile contributo. Passiamo ora al secondo appuntamento dedicato alla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, la recensione cannibale del film The Gift - Il dono, che fa parte della “No More Excuses Week”, una settimana di post speciali dedicati a film che trattano il tema della violenza sulle donne cui Pensieri Cannibali partecipa insieme a tanti altri fantastici blog.
Ecco il programma completo dell'iniziativa ideata da Alessandra del sito Director's Cult.



The Gift - Il dono
(USA 2000)
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura: Billy Bob Thornton, Tom Epperson
Cast: Cate Blanchett, Keanu Reeves, Giovanni Ribisi, Katie Holmes, Hilary Swank, Greg Kinnear, Gary Cole, Kim Dickens, J.K. Simmons, Rosemary Harris, Michael Jeter, John Beasley
Genere: violento
Se ti piace guarda anche: Medium, Ghost Whisperer, Il sesto senso, Amabili resti

Più che un film sulla violenza contro le donne, The Gift - Il dono è l'apoteosi dei film sulla violenza contro le donne. La pellicola diretta da Sam Raimi ci offre una panoramica piuttosto esaustiva sui vari tipi di crimini contro il gentil sesso.
Che poi definirlo gentil sesso non è pur'esso un crimine?
Meglio non addentrarsi in una discussione di questo tipo. Ritiro allora subito il termine gentil sesso. L'ho usato solo per non ripetere la parola donne 50 volte. Che altro termine posso usare? Le figh... no dai, le femmine. Le femmine può andare bene?

Innanzitutto, The Gift ci propone l'esempio più classico di violenza contro le femmine: le botte da parte del marito.
Un consiglio alle donne: non sposatevi! Una buona parte dei casi di violenza avviene proprio per mano (letteralmente) dei mariti, quindi non sposatevi!
Nella pellicola, Hilary Swank si prende un sacco di botte dal marito Keanu Reeves. Il motivo?
Keanu, persi i suoi superpoteri da Eletto e mollatosi con Trinity, è fuggito in un paesino della provincia americana e s'è sposato con la Swank. Infelice della sua vita ordinaria, lontano dalle meraviglie dello splendido (o ricordo male?) mondo di Matrix, si mette a menare la povera moglie. Non contento di ciò, passa pure a prendersela con la protagonista principale della pellicola, una sensitiva interpretata da Cate Blanchett. E qui mette in atto un'altra pratica parecchio comune nei casi di violenza contro le donne: lo stalking.

"Non ci capisco una mazza di tarocchi...
Mi sa che è meglio se mi do' al poker."

Pensate sia finita qui?
No, Keanu Reeves in questo film è davvero perfido e se la cava tra l'altro bene a fare del male, quindi è un peccato che nelle pellicole gli diano spesso ruoli positivi o da eroe (causa Sindrome da Post Matrix). La sua vera vocazione è fare il villain. Il suo passo successivo è infatti addirittura quello di accusare la sensitiva Cate Blanchett di essere una figlia di Satana. Un esempio moderno di quella che in tempi antichi era stata una delle forme più bastarde e stupide di violenza contro le donne in assoluto: la caccia alle streghe. Uno può pensare che siano solo storie da film dell'orrore, o da modeste serie tv come Salem, ma in realtà la caccia alle streghe c'è stata per davvero, ed è pure durata svariati secoli. O almeno così dice Wikipedia e quindi la prendo per Verità Assoluta.


ATTENZIONE SPOILER
Quando nella cittadina di The Gift una fanciulla sparisce nel nulla, i sospetti si concentrano quindi tutti su di lui, Keanu. Tanto più che il corpo della giovane donna, che tra l'altro è Katie Holmes all'epoca in pieno periodo Dawson's Creek, viene ritrovato proprio nel laghetto di sua proprietà. Keanu Reeves finisce così in galera. Chissà perché? Sembrava un così bravo ragazzo...
Ma sarà davvero lui l'assassino di Katie Holmes, o dietro c'è qualcos'altro? Ad esempio Dawson e Pacey che, a forza di contendersela, hanno finito per farle del male? O forse è stato Tom Cruise, arrivato dal futuro per impedire alla Holmes di sposarlo e di venire a conoscenza di qualche misterioso segreto di Scientology?


Non vi anticipo ciò che succede nel film, ma vi posso dire che la risoluzione della parte thriller è piuttosto scontata. Non tanto per gli appassionati di gialli, quanto per gli spettatori di Studio Aperto. Nella maggior parte dei casi di cronaca, l'assassino è infatti lo stesso della pellicola.
Non intendo l'attore in particolare, ma la categoria che rappresenta in generale.

Oltre a una trama thriller scontata e ben poco coinvolgente, il film The Gift ci fa dono di una serie di personaggi piuttosto stereotipati e ritratti con una certa superficialità. Il pur notevole cast non può fare molto per migliorare la situazione. Così come il Sam Raimi era pre-Spider-Man non riesce a rendere le cose più interessanti, inserendo qua e là qualche momento visionario e paranormale ben poco convincente. Nonostante non abbia manco una quindicina d'anni, The Gift appare oggi un thrillerino superato, che sembra una puntata brutta di Medium o Ghost Whisperer. Se a ciò aggiungiamo dei ritmi parecchio dilatati e sonnacchiosi, il film è consigliato giusto a chi soffre di insonnia. Visto in quello stato a metà strada tra sonno e veglia, The Gift può assumere un suo certo fascino. Altrimenti lasciate perdere e dedicatevi al nuovo passatempo consigliato qui sopra dal saggio Andrea Pompirana: la violenza contro gli uomini!
(voto 5/10)

sabato 8 marzo 2014

LA BICICLETTA VERDE, LE QUOTE ROSA ARRIVANO A PENSIERI CANNIBALI




Essere donna in Arabia Saudita è un po’ come essere gay nella Playboy Mansion. Non è che puoi fare molte cose. A mostrarci la drammatica situazione femminile in questo paese è La bicicletta verde, un gioiellino di film diretto da Haifa Al-Mansour che, nonostante la pesantezza dell'argomento utilizza un tono leggero e gradevole. Essendo un film a tematica femminile, diretto da una donna, con protagoniste donne (la bravissima giovanissima Waad Mohammed e quella gnocca di sua mamma Reem Abdullah), mi sono sentito un pochino inadeguato a parlarne e così ho preferito lasciare la parola a una donna, AlmaCattleya del blog Farfalle eterne. E poi oggi è pure l'8 marzo, Giornata Internazionale della donna.
Quindi adesso basta Cannibal Kid, e parola ad Alma.

"La bici rosa la vedrei bene per Cannibal!"
La bicicletta verde
(Arabia Saudita, Germania 2012)
Titolo originale: Wadjda
Regia: Haifaa Al-Mansour
Sceneggiatura: Haifaa Al-Mansour
Cast: Waad Mohammed, Reem Abdullah, Abdullrahman Al Gohani, Ahd, Sultan Al Assaf
Genere: femmena
Se ti piace guarda anche: Persepolis, I gatti persiani
(voto di Cannibal 7/10)

La bicicletta verde, storia di emancipazione femminile in Arabia Saudita, diretto dalla prima regista donna di quel Paese ovvero Haifaa al Monsour.
Già queste promesse sembrano importanti ma il film com'è?
Ammetto la mia ignoranza in molte questioni che riguardano il Medio Oriente. Certo, alcune cose me le immaginavo, come il fatto che le donne dovessero coprirsi completamente con il velo così come il divieto di parlare per prime agli uomini, ma il Medio Oriente è vasto e non so quali siano le differenze, così come non so se tutto il Medio Oriente sia sempre così.
Detto questo, di cosa parla specificatamente il film?

"Pure queste le vedrei bene per Cannibal, non fosse che ne ha già un paio simile."
C'è questa ragazza Wadjda che sin dall'inizio viene vista come una ribelle perché non vuole sottostare a certe regole come non portare il velo. Non ho capito bene se sia più una presa di posizione o totale incoscienza.
Il fatto è che magari uno si aspetterebbe un vero film di denuncia, forte, con gente che grida, eppure quella che viene presentata è la realtà quotidiana, quella in cui vive appunto la protagonista che si deve scontrare con situazioni, come ad esempio il fatto che non si deve ridere troppo forte perché nella voce di una donna sta la sua nudità, oppure che se hanno il ciclo sono impure, frase che riecheggiava anche nell'Italia di qualche decennio fa e lascia ancora degli strascichi.
Eppure è nelle situazioni quotidiane, quelle più banali, che si inizia a rivendicare i propri diritti. Dopo aver visto un altro ragazzino con la bicicletta, Wadjda desidera andare in bicicletta, ma una femmina che va in bici è peccaminosa. Il simbolo della sua indipendenza sta appunto nella bicicletta del titolo (in originale invece il titolo è proprio il nome della ragazza), ma è troppo cara e così inizia a fabbricare braccialetti e a farsi pagare dei favori. Chiede a sua madre di prestarle dei soldi, ma lei non accetta, proprio perché andare su una bicicletta è peccaminoso e così l'unico modo che le resta per avere il denaro è partecipare a una gara di recitazione sul Corano.
È molto un film al femminile e sul femminile. Ci sono soprattutto due donne importanti nel film: la preside della scuola di Wadjda e la madre della ragazza. La prima è dura e integerrima, pronta a vigilare sulla cosiddetta "moralità" delle ragazze, e mi è sembrato strano che proprio lei indossasse dei tacchi. Avrei preferito che il suo personaggio fosse molto più sviluppato. Così sembra come il solito cattivo pronto a castigare ogni spontaneità possibile che vada oltre le norme. C'è una frase esemplare che la riguarda, ovvero quando dice a Wadjda: "Forse non ci crederai, ma da giovane ero come te" e fa un sottile ghigno. Possiamo solo intuire tutta la sovrastruttura morale che è stata costruita attorno non solo a lei, ma anche a tutte le altre donne che accettano di seguire delle norme. Sovrastruttura che le fa vedere in un gesto di due ragazze una loro presunta omosessualità.

E poi c'è la madre, anche lei parla secondo frasi che le sono state dette, però alla fine è pronta ad accogliere e ascoltare la figlia poiché spera che lei possa avere un futuro migliore del suo.
I maschi sono pochi ma presenti e il più delle volte sono ostili, anche quelli che non lo sembrano.
Niente è urlato e specificato parola per parola (l'accusa di omosessualità viene intuita). C'è sempre una frase che antepone il concetto. Ci sono molte pause che intendono parlare. In più non è presente neanche la colonna sonora e questo può far sembrare il film ancora più lungo di quello che in realtà dura, ovvero un'ora e trentadue minuti. Potrebbe essere un buon film da vedere per comprendere la situazione delle donne mediorientali eppure c'è qualcosa che mi manca.
Innanzitutto ho l'impressione che l'adattamento italiano non sia dei migliori ed è per questo che sospendo il mio giudizio riguardo la recitazione degli attori. Nei momenti in cui si legge il Corano (e si sentono appunto le voci originali) la parte vocale ha una tessitura particolare. Sembra tutto un canto. In più nel film si ha la parvenza di guardare dal di fuori i personaggi e questo può dare una fredda impressione.
Si rimane colpiti dalle frasi che ogni volta ci sono, frasi che portano chi si ribella ad agire in segreto. È insomma un buon tentativo, forse a tratti pesante. Magari non è come Persepolis (la graphic novel e il film successivo), davvero creativo e non solo perché è un film d'animazione. Inoltre film come questi possono parlare anche all'Occidente, in apparenza libero. Eppure quanti schemi mentali, quante frasi che ci sono state dette si ripetono, frasi che agiscono subliminalmente dentro le nostre teste e il più delle volte non ce ne accorgiamo neanche?
(voto di Alma 7,5/10)

giovedì 8 marzo 2012

Jessica Chastain Film Festival

Oggi è la giornata della donna. Ve ne eravate scordati? Tranquilli, siete ancora in tempo prima che le donne della vostra vita smettano di rivolgervi la parola perché non avete regalato loro manco una mimosa. E tutto questo grazie a Pensieri Cannibali, che funziona meglio dei promemoria sul cellulare.
In occasione dell’8 marzo, per prima cosa da buon ruffiano faccio gli auguri a tutte le donne! e poi dedico il mio post mimosa in particolare alla donna dell’anno.
Eva del duo Adamo ed Eva?
Nuh, vabbè che quest’anno va di moda l’effetto nostalgia, però è davvero troppo retrò.
La Maria Vergine?
Nuh, troppo Santa.
La Belen Rodriguez?
Nuh, troppo Zoccola.
E allora non resta che lei, la sola e unica Jessica Chastain. Una donna in grado di recitare nell’ultima annata non in 1, non in 2, non in 3, non in 4, bensì in 5 film interessanti.
Dopo aver osannato il capolavoro The Tree of Life, lo splendido Take Shelter e l’ottimo The Help, adesso è il turno di due suoi film minori, ma comunque degni di attenzione. Se non altro per la sua fenomenale presenza.
Al via or dunque la Jessica Chastain mini-rassegna.

Texas Killing Fields
(USA 2011)
Regia: Ami Canaan Mann
Cast: Sam Wothington, Jeffrey Dean Morgan, Chloe Moretz, Jessica Chastain, Sheryl Lee, Annabeth Gish, Stephen Graham
Genere: ragazze scomparse
Se ti piace guarda anche: The Killing, Friday Night Lights, Twin Peaks

La partenza del film, con il classico ritrovamento del cadavere di una ragazza, non può che far venire subito in mente Twin Peaks e allo stesso tempo non si può che rimanere a seguire la vicenda. Nonostante sia una storia raccontata più e più volte, per chi è cresciuto con la serie di David Lynch non si può fare a meno di essere attratti da una vicenda che si apre in tal modo.
Texas Killing Fields ricorda quindi il telefilm per eccellenza, Twin Peaks, ma allo stesso tempo riporta alla mente pure le atmosfere inquiete del recente The Killing, caratterizzato però da un’ambientazione texana che fa molto Friday Night Lights (non a caso la regista ne ha diretto un episodio). I riferimenti televisivi non sono così casuali, visto che questo più che un film per il cinema finisce per assomigliare alla puntata pilota di una potenziale serie tv. Un difetto, visto che la pellicola rimane incompiuta e i suoi personaggi sospesi, come se meritassero un ulteriore approfondimento in puntate successive che mai vedremo. Ma nemmeno un difetto così grave, visto che Texas Killing Fields sarebbe un pilot di livello piuttosto buono. Peccato solo non sia un pilot, bensì un film.

A curare la regia della pellicola è Ami Canaan Mann. Un nome che non vi dirà niente, visto che è una esordiente assoluta, ma un cognome che invece potrebbe farvi scattare un campanello in testa.
Mann? Sì, non è una coincidenza: si tratta proprio della figlia di Michael Mann, il regista di Heat, Collateral, Manhunter, L’ultimo dei Mohicani, Miami Vice, Nemico Pubblico, Alì, Insider…
Una figlia raccomandata, or dunque, e alla mente vengono subito due nomi di figlie d’arte di altri grandi registi. Ai limiti, se vogliamo, opposti. Da una parte Sofia Coppola, autrice strepitosa di una serie di pellicole con cui è riuscita a definire una poetica e un linguaggio del tutto personali, ben lontani dall’ombra ingombrante di paparino Francis Ford. Dall’altro lato troviamo invece Jennifer Lynch, la figlia di quel David il cui nome abbiamo già incontrato e che menzioneremo ancora. Jennifer che ha girato tre film, tra cui l’esordio Boxing Helena. Una pellicola che aveva fatto discutere parecchio per la morbosità del tema trattato e per via di una causa legale con Kim Basinger, che sarebbe dovuta esserne la protagonista, ma che alla prova del grande schermo si è rivelata un notevole flop nonché il tentativo della figlia di imitare (senza successo) le atmosfere angoscianti e visionarie del padre. Uno scult totale a suo modo entrato nella storia del cinema.
E la Ami Canaan Mann dove si pone, tra queste due figlie d’arte?

Esattamente a metà strada. Il suo film d’esordio non è infatti del tutto riuscito, ma nemmeno una porcata totale. Il suo sguardo è piuttosto personale, i riferimenti al padre non sono particolarmente inva-evidenti, eppure non riesce nemmeno a emergere con una visione del tutto sua. Perché il modello di riferimento, più che papà Michael, come detto sembra essere pure per lei il Lynch.
La storia di alcune ragazze scomparse negli acquitrini di una cittadina texana è un indizio al proposito. Ma l’impressione si fa certezza quando ti vedi comparire davanti Sheryl Lee, una Laura Palmer che non è morta ma è cresciuta, ed è ancora una mezza prostituta con una vita disastrata.
Sheryl Lee… fa sempre piacere rivederla, di recente è capitato anche in Un gelido inverno e nella serie One Tree Hill (era la madre di Peyton), ma allo stesso tempo è sempre uno shock. È come rivedere viva una persona che credevi morta. Perché non importa fosse fiction: quando la tua vita è stata segnata indelebilmente da Twin Peaks, per te lei non è un cadavere. Lei è IL cadavere e la scena del ritrovamento del suo corpo non te la potrai mai più scrollare dalla mente.

Il paragone con un Twin Peaks in versione texana aleggia dunque sulla pellicola ed è un paragone che la pellicola non riesce a reggere. Nessuno può. Anche perché la storia parte da ottime premesse, ma si evolve in maniera un po’ lenta e macchinosa, fino ad arrivare a un finale che pare campato via e che invece avrebbe potuto regalare ben altra tensione. La Mann si vada in proposito a rivedere il gran finale di quell’altro cult anni ’90 che è stato Il silenzio degli innocenti, per capire quanto la conclusione del suo film non sia altrettanto efficace.

"Cannibal, ce l'hai ancora con me per Avatar?
Parliamone amichevolmente..."
A rendere più convincente una storia che possiede fascino, ma non grande originalità, ci pensa comunque un cast di buon livello. Uno dei due agenti protagonisti dell’indagine è Jeffrey Dean Morgan, noto per il ruolo del malato terminale Denny Duquette in Grey’s Anatomy ma anche come padre dei fratelli Winchester di Supernatural e quindi sì, torniamo ancora una volta su sentieri molto televisivi. L’altro agente è invece Sam Worthington, il da me tanto odiato Sam “Avatar” Worthington, che però qui va detto come sia alla sua prima interpretazione convincente. O almeno diciamo decente. Il ragazzo per la prima volta in assoluto non sembra recitare con lo scazzo addosso ma si impegna. Sebbene non rimanga certo il massimo dell’espressività.

Quindi troviamo anche una Chloe Moretz ragazzina sbandata e senza futuro, con un volto provato e sofferente che è l’esatto opposto della ragazzina tutta smorfie e faccette disneyane dell’Hugo Cabret scorsesiano. C'è pure un grandioso Stephen Graham (This is England, Boardwalk Empire) in versione psychopathico e poi arriviamo finalmente a lei, alla Jessica Chastain regina sovrana del nostro post. Ma Mann-aggia alla Mann che le ha dato un ruolo così piccolo.
La Chastain interpreta la terza agente coinvolta nelle indagini delle ragazze misteriosamente scomparse in ‘sti cazzo di inquietanti infiniti campi texani, ed è in più l’ex moglie dell’Avatar Worthington. Tra un battibecco con l’ex marito e la sua cazzutaggine quando entra in azione, Jessica riesce a rendere parecchio incisivo un personaggio che nella sceneggiatura non ricopre un enorme spazio. Una piccola grande interpretazione con cui conferma, se qualcuno - o folle - ne avesse ancora il dubbio, di come sia l’attrice più in forma del momento.
Se qualcuno vedendola in The Tree of Life e Take Shelter con due ruoli piuttosto simili aveva avanzato l’ipotesi che fosse capace a interpretare un solo tipo di parte, ovvero quello della moglie messa alla prova da disgrazie di varia natura, tra la bionda svampita (ma non troppo) di The Help e questa tosta poliziotta Walker Texas Killing Fields Ranger, dovrà ricredersi.
Quanto alla regista Mann, il suo esordio non convince in pieno però lascia intravedere ampi margini di miglioramento. Basta solo che riesca a ritagliarsi un posto al sole tutto suo. Lontana dall’ombra di papà Michael? No, lontana dall’ombra di David Lynch.
(voto 6,5/10)

"Ma perché continuano a farmi recitare con quell'Avatar? Peeeerché?"
Il debito
(USA 2010)
Titolo originale: The Debt
Regia: John Madden
Cast: Sam Worthington, Ciaran Hinds, Jessica Chastain, Helen Mirren, Tom Wilkinson, Marton Csosak, Jesper Christensen
Genere: il passato ritorna
Se ti piace guarda anche: La chiave di Sara, La donna che canta, Valzer con Bashir

Ancora dubbi sulle effettive capacità recitative di Jessica Chastain, anche dopo quanto vi ho detto qui sopra?
Volete essere banditi A VITA da questo blog?
Per convincervi del contrario io comunque mi gioco pure la carta de Il debito. Della cinquina di pellicole da lei intepretate in quest’ultima annata, è la meno convincente. Eppure lei, con una performance davvero strepitosa, riesce a tenere in piedi l’intero ambaradan e a renderla non dico una visione fondamentale, ma comunque decente. Considerando che alla regia c’è John Madden, il pessimo regista di pellicole come Shakespeare in Love e Il mandolino del capitano Corelli, non è roba da poco.
"Se mi liberi, io ti libero da Worthington una volta per tutte."
Se a ciò aggiungiamo il fatto che tra i protagonisti ritroviamo pure qui Sam “Avatar” Worthington, il rischio che la pellicola naufragasse era davvero alto. Altissimo. A proposito di Texas Killing Fields ho infatti detto che Worthington offre una prova recitativa finalmente accettabile, qui invece risulta parecchio meno credibile e convincente e ritorna subito sui suoi soliti bassissimi Avatar standards.
Certo che vedere due film due in cui Sam Worthington e Jessica Chastain recitano insieme è uno spettacolo davvero impietoso. Immaginate di leggere un racconto scritto a quattro mani da Moccia con Cormac McCarthy. Oppure Gigi D’Alessio duettare con… Adele. Sono cose che semplicemente NON dovrebbero accadere e invece in ben due pellicole capita di vedere uno degli attori più catatonici di sempre insieme alla più grande star che il cinema abbia partorito dai tempi di… Natalie Portman.
Dite che sono ancora questi i tempi di Natalie Portman?
Okay, allora diciamo dai tempi di… Nicole Kidman pre-botox.
Va bene, adesso?

A proposito del film Il debito, poco da dire: è la solita storia del presente che rivanga una vecchia vicenda del passato, in una maniera non troppo dissimile fatta dagli altrettanto recenti ma più riusciti La chiave di Sara e La donna che canta.
La vincenda in questo caso specifico è quella di tre agenti del Mossad, la CIA isrealiana, in missione negli anni ’60 per catturare un criminale nazista. Ci saranno riusciti? Non ci saranno riusciti? Cosa ha a che fare questa passata vicenda con il presente (la storia è ambientata nei 90s) dei protagonisti? E, soprattutto, a noi ce ne frega davvero qualche cosa?

Anziché utilizzare dei trucchi inverosimili come quelli pessimi di J. Edgar, qui per fortuna si è fatta una scelta differente per i protagonisti della pellicola: 3 attori giovani per il passato e 3 attori “vecchi” per il presente.
E così Sam Worthington, il pessimo - ripetiamolo una volta di più che male non fa - Sam Worthington diventa Ciaran Hinds (di recente visto anche nell’inutile The Woman in Black), Marton Csokas (come minchia ci pronuncia?) diventa quella faccia da antipatico di Tom Wilkinson e Jessica Chastain crescendo diventerà Helen Mirren.
E va bene che Helen Mirren è pure un premio Oscar, però tra tutti questi 6 attori a spiccare è lei e ancora lei e solo lei: Jessica Chastain. Il mio potrà anche essere un ragionamento da fan, visto che le ho persino dedicato questo post speciale, però per quanto il film sia parecchio scontato e puzzi di già visto, la sua interpretazione è davvero impressive, come direbbero gli americani.
Altri motivi per impiegare il vostro tempo a vedere una thriller spy story storica onesta ma poco eccezionale come Il debito? Nessuno, però direi che Jessica Chastain vale almeno come un milione di motivi in contanti.
(voto 6/10)


Jessica Chastain mora (!) in Mama.
Per il momento termina qui questa Jessica Chastain mini-rassegna, giusto un filo entusiastica nei suoi confronti, ma tranquilli che prossimamente ci regalerà nuove, di certo magnifiche, intepretazioni. La vedremo in Coriolanus, l’esordio dietro la macchina da presa di Ralph Fiennes, che mi auguro più capace come regista che come attore, in Wilde Salome di Al Pacino da Oscar Wilde, in Tar al fianco di James Franco e Mila Kunis (sbav!), nell’horror Mama, in Wettest County, nuovo film del regista di The Road John Hillcoat con tanto di super cast (Tom Hardy, Shia LaBeouf, Mia Wasikowska, Guy Pearce, Gary Oldman), nel prossimo misterioso film terroristico firmato da Kathryn Bigelow e naturalmente avrà una parte pure nel nuovo Terrence Malick. Davvero tanta roba!
Nei prossimi mesi l’invasione chastaniana proseguirà quindi sugli schermi cannibaleschi e mondiali. A presto, allora, con la seconda edizione del Jessica Chastain Film Festival...

giovedì 24 marzo 2011

All we need is sex papparapapa

We Want Sex. Noi vogliamo il sesso. Una frase che se a dirla sono delle donne sono considerate delle sgualdrine, se a dirla sono degli uomini sono dei maniaci allupati, se a dirla sono degli uomini sessuali sono dei pervertiti, se a dirla sono delle donne sessuali è una figata. E se a pronunciarla sono dei pedofili? Tranquilli, vi trovate solo in un convento di preti cattolici.

Dopo questa pessima battutaccia d’apertura, passiamo a parlare più propriamente del film. We Want Sex.

We Want Sex
(UK 2010)
Titolo originale: Made in Dagenham
Regia: Nigel Cole
Cast: Sally Hawkins, Bob Hoskins, Rosamund Pike, Jaime Winstone, Geraldine James, Miranda Richardson, Andrea Riseborough, Daniel Mays, Rupert Graves, Andrew Lincoln
Genere: rivoluzionario
Se ti piace guarda anche: Erin Brockovich, Milk, An Education, Calendar Girls, La felicità porta fortuna

Trama semiseria
1968. In Inghilterra la Ford ha 55mila operai, di cui solo 187 sono donne. Eppure è proprio da loro che parte la rivoluzione. Guidate da Rita O’Grady, una semplice addetta alla cucitura dei sedili, nel giro di poche settimane proveranno a far raggiungere alle donne la parità (o quasi) di paga nei confronti degli uomini. Mentre questi al massimo gridano “We want sex” sulla statale, le donne reclamano “We want sex equality”. La otterranno? Se conoscete la storia dei diritti femminili saprete già la risposta, se non la conoscete è a questo che servono i film storici. Mica a raccontarci la favoletta di Bertie il povero re balbuziente come ne Il discorso del re.

Recensione cannibale
“Quando sono cambiate le cose? Quando abbiamo in questo paese deciso di smettere di lottare?” chiede Rita O’Grady in un suo discorso. È quello che ci chiediamo anche noi, 40 e passa anni dopo, qui in Italia, oggi, mia cara Rita. Noi forse abbiamo smesso negli anni Ottanta, bombardati dalle tette & culi del Drive In, dalle telepromozioni Aiazzone sulle reti locali, dal sogno di giocare in borsa e diventare nel giro di poche ore ricchi e fichi come Gordon Gekko. Abbiamo smesso quando i potenti ci hanno fatto capire che contro di loro non abbiamo nessuna possibilità di ottenere qualcosa. Abbiamo smesso quando abbiamo realizzato che era più facile arrendersi e lasciarsi travolgere da questa società della finta opulenza.

“Noi non siamo divisi dal sesso. Ma divisi solo tra quelli disposti a subire le ingiustizie e quelli che sono pronti ad andare in battaglia per ciò che è giusto,” dice ancora Rita O’Grady, sempre nel 1968. È difficile stabilire cosa sia giusto o meno: è giusto ad esempio fare una guerra contro un dittatore che fino a poche settimane era il nostro migliore amico e alleato, a cui baciavamo allegramente le mani, a cui servivamo su un piatto d’argento 500 troi… hostess? Non so se sia giusto, anche perché di questa guerra non si capisce nulla e le informazioni in proposito sono troppo parziali, controllate, (volutamente?) caotiche, quindi è davvero complicato riuscire a dare una spiegazione a quanto sta succedendo. È giusto voler fermare un pazzo criminale, ma è giusto farlo alla cazzo di cane in quella che potrebbe trasformarsi in una guerra lunga e inutile quanto l’Afghanistan?

La battaglia cui si riferiva la O’Grady però era certamente giusta: stessa paga alle donne così come agli uomini. Una lotta simbolo del movimento femminista che però è oggi più che mai attuale applicata a qualunque tipo di ingiustizia e il cui spirito sembra rivivere nel “Se non ora quando?” visto nelle piazze italiane appena poche settimane fa; un’altra battaglia importante partita proprio dalle donne.
Il film We Want Sex ha il merito di rendere in pieno e con grande sforzo lo spirito di queste proteste, con un tocco non retorico ma anzi leggero e ironico (a tratti persino esilarante) come solo gli inglesi sanno essere. Nella parte di Rita O’Grady c’è un’eccellente Sally Hawkins, attrice che ho cominciato ad adorare da qui e di cui avrò ancora occasione di parlare per l’altra sua splendida prova in La felicità porta fortuna. La sua Rita (personaggio fittizio eppure incredibilmente vero) è una donna qualunque, non ha mai militato in nessuna forza politica, è combattiva come sono le nostre mamme (o almeno la mia). È una forza nuova, dirompente, in grado di travolgere i dirigenti della Ford che mai si sarebbero aspettati di essere messi in ginocchio da una (apparentemente) semplice casalinga ben poco desperate. E invece a cambiare la storia, a dare una svolta vera, sono spesso proprio quei personaggi che nessuno si aspetta.

Tra i pregi del film vi è anche una recitazione come al solito nelle produzioni british di classe superiore, con un Bob Hoskins in un ruolo insolitamente simpatico e un cast femminile notevole in cui spiccano Jaime Winstone (vista anche nella serie horror Dead Set), la disinibita Andrea Riseborough e la maestosa Rosamund Pike, che tra questo film e An Education sta ormai diventando la risposta inglese alla January Jones 60s di Mad Men. In un piccolo ruolo, come al solito da stronzo, c’è pure il protagonista di The Walking Dead Andrew Lincoln.

Se proprio vogliamo trovare un difetto al film, direi che io avrei giocato di più sulla musica 60s che invece ricopre un ruolo un po’ di secondo piano. Per il resto è una storia che suona una sveglia anche (e forse soprattutto) per noi uomini che qui dentro facciamo una figura davvero barbina, e regala una grande ispirazione e una voglia di cambiare tutte le cazzo di ingiustizie di questo mondo o perlomeno di questo cazzo di paese.

Per chiudere, visto che nel corso del post sono stato troppo serio, un altro (pessimo) momento battuta:
Che bello doveva essere vivere in un’epoca in cui le uniche escort di cui si parlava erano le Ford Escort...
(voto 7/8)

Canzone cult: Jimmy Cliff “You can get it if you really want”

domenica 13 febbraio 2011

La forza delle donne

La forza delle donne sta già solo nell’avermi fatto intitolare un post con il nome di una canzone di Gigi D’Alessio (orrore!). Queste comunque sono alcune delle frasi e degli slogan più belli scanditi nel corso della giornata del Se non ora quando?

“Zio Mubarak si è dimesso, Papi Silvio fai lo stesso”
“Se questo è un uomo” [Primo Levi cit.]
“Berlusconi game over”
“No escort, no Madonne ma donne”
l’evergreen: “Silvio dimettiti”
e il messaggio è forte e chiaro anche in English, visto che la protesta ha toccato non solo tutta Italia, ma anche mezzo mondo: Barcellona, Parigi, Londra, Bruxelles, Malmoe, Praga, Francoforte, Atene, Grenoble, Nepal, Honolulu...
“Silvio enjoy bunga bunga in jail”

lunedì 8 marzo 2010

Mimose

In occasione della festa della donna, consegno una mimosa virtuale a tutte le mie lettrici (lo so, sono un ruffiano) e la consegno ai più diversi tipi di femminilità, ognuna qui rappresentata da alcune delle artiste musicali più interessanti in circolazione.

La donna strana
Joanna Newsom
Una voce storta, disturbante, pazzesca. In una parola sola: strana. In un’altra parola: bellissima. Tanto per essere ancora più strana, di solito si accompagna con un’arpa e il suo ultimo recentissimo disco è addirittura un triplo album di due ore che sfida ogni legge contemporanea dell’ascolto veloce.



La donna classica
Diane Birch
Novella Carole King, Diane Birch canta l’amore come si faceva in altri tempi. Un gran bel sentire, oggi più che mai.

La donna moderna
Ellie Goulding
Una delle grandi tendenze del mondo di oggi è la contaminazione. La giovane Ellie arriva dalla musica folk eppure propone un pop molto elettronico. Tra l’altro fa centro al primo colpo. Il suo album d’esordio è entrato giusto oggi alla numero 1 in Gran Bretagna e lo trovate QUI.

La donna confusa
Marina & the Diamonds
“Oh my God, you look just like Shakira. No no, you’re Catherine Zeta. Actually, my name’s Marina” canta lei con uno stile musicale che oscilla tra Bat For Lashes, Florence & the Machine e Lily Allen, mentre l’amico Euterpe la paragona a Lene Lovich. Crisi d’intentità?



La donna di classe
Malika Ayane
Apparire di classe al confronto di Antonella Clerici e delle altre demoniache presenze sanremesi, si dirà, è poca cosa. Però più la sento cantare e più la vedo muoversi, più mi sembra una Mina versione 2.0



La donna d’altri tempi
Nina Zilli
Sempre a proposito di classe e sempre a proposito di Sanremo, la seconda cosa bella.


La donna indipendente
Kesha
“Non ho un solo affetto al mondo, ma ho con me un sacco di birra. Non ho nemmeno un soldo in tasca, eppure sono qui lo stesso,” canta Kesha nel singolo tormentone “Tik Tok”. Nonostante sia una hit allegra e da cazzeggio, questi versi mi fanno riflettere e ogni volta mi gettano addosso una certa tristezza. Questo è il suo nuovo tormentone, tutto il resto è solo blah blah blah



La donna con la chitarra
Amy MacDonald
Cantante country per le nuove generazioni. Ho parlato del suo nuovo disco QUI.

La donna strafatta
Courtney Love
Tornata è tornata. Ripulita? Questo non lo giurerei, ma il nuovo delle Hole si preannuncia un disco rock coi controcazzi di una riot grrrl diventata riot wwwoman.



La donna androgina
Lou Rhodes
Già cantante dei Lamb (che forse torneranno), il suo ottimo nuovo album solista “One Good Thing” ce la propone nelle vesti della cantantessa acustica. Potremmo definirla una Damien Rice in gonnella, non fosse che per il suo aspetto androgino probabilmente preferisce indossare i pantaloni…



La donna sorprendente
Kate Nash
Al primo disco proponeva un pop piacevole. I nuovi pezzi in assaggio nella rete ce la propongono invece oscillare tra rock’n’roll di ispirazione Sonic Youth/Yeah Yeah Yeahs, elettronica e atmosfere retrò. E nel nuovo album credo che di sorprese ce ne riserverà anche altre…





mercoledì 21 maggio 2008

Ritratti di signora

Jessica si sveglia con una gran nausea, vorrebbe fare i suoi soliti esercizi mattutini ma c’è quell’esserino dentro la pancia che sta crescendo e le sta rovinando il suo corpo perfetto. Il dito le duole leggermente, non è abituata a portare quella fede stretta. Si alza, si guarda allo specchio e non si riconosce. “Quella donna incinta e sposata è la stessa che è stata eletta donna più bella del mondo da tutte le riviste internazionali?” si chiede perplessa. Poi le viene un conato di vomito.

Anna Maria ha vomitato tutto il giorno, da quando si è svegliata. Non è incinta di nuovo, come le piacerebbe. E’ solo che questa casa è una prigione. Vorrebbe uscire ma lì fuori ci sono tutti quei giornalisti. Vorrebbe scappare lontana lontana ma fuori ci stanno pure tutti quegli sbirri. E un’altra prigione la sta aspettando. “Chi proteggerà i miei bambini, ora?” si chiede urlando disperata. “Chi li terrà al sicuro dai pericoli?” I due bambini si abbracciano terrorizzati, aspettando che la polizia arrivi. Aspettando che la 25a ora si porti via quella giornata e si possa finire a guardare le stelle tranquilli distesi sul prato.

Amy si è addormentata guardando le stelle distesa su un prato inglese. Si sveglia per magia nel suo lettuccio a fianco di un corpo che non conosce. Svelta gli dice “You know that I’m no good” e gli indica la porta. Il tizio la guarda con l’aria del “Ieri sera mi sembravi molto più arrapante, baby,” ma non dice niente. Si alza dal letto nudo e se ne va con il cazzo ancora in erezione. Amy si guarda intorno preoccupata. La testa le fa un gran male. Ha bisogno di qualcosa per tirarsi su. Ma non c’è niente di già pronto. Quel tizio deve essersi fottuto tutto ieri sera. “O forse sono stata io?” si chiede in un breve attimo di lucidità. Scalda la miscela di cloridrato di cocaina ed acqua e poi aspetta che si raffreddi. Un paparazzo le scatta una foto e mentre scappa via si chiede “Ma perché quella si fa sempre davanti alla finestra?"

Mara si sveglia e apre la finestra. Respira a pieni polmoni l’aria fresca. La vista del mare di primo mattino è splendida. “Vide ‘o mare quant’è bello! Spira tantu sentimento,” canticchia. E’ contenta di essere tornata in quella terra. Nella sua Campania. Si va a guardare allo specchio e capisce perché l’ha presa a lavorare con lui. Non per l’intelligenza. Non per le idee. Non per le enormi competenze in campo politico. Lui l’ha presa a lavorare con sé per poterla guardare mentre si riuniscono, e per magari poterle fare piedino sotto al tavolo. Bussano alla porta della suite. E’ il servizio in camera. “La sua colazione, signora ministro.” Dopo la colazione, i massaggi e la sauna, Mara è in strada, pronta a lavorare. Una ragazza la ferma. E’ tutta sporca. Puzza pure. Dev’essere una senzatetto. “Spiccioli,” le chiede. “Signora, ha mica degli spiccioli?” Mara la guarda scotendo la testa. “Ma ti sei vista? Tu sei tutto quello che una donna non dovrebbe essere. Sei sporca, non curi la tua persona, non hai un soldo e invece di trovarti un lavoro ti umili chiedendo l’elemosina. Manca solo che sei gay,” sghignazza. “Signora,” fa la senzatetto sorridendole. “Io pure sono lesbica. Che ce l’ha degli spiccioli da darmi?” Mara allunga il passo. Nell’edicola più avanti sono esposte in bella mostra alcune foto che la ritraggono semi nuda. “E’ per queste che mi ha fatta ministro?” si chiede. “E, a parte quella tizia, dove sono sti rifiuti di cui tutti parlano?” si chiede anche.

Nunzia si sveglia tra i rifiuti. Puzza, che novità! Un’altra giornata nella monezza. Un’altra giornata in cui ha maledetto di essersi svegliata. Ma bisogna tirare avanti, cercare di pensare solo al presente. Al qui ed ora. Bisogna pensare a mangiare, innanzitutto. Lo stomaco sta già ruggendo. Quando ha fame non capisce più nulla. Il mondo fuori sembra solo un’illusione, tutto è distante miglia e miglia. Cibo. Ci vuole cibo. Per fare cibo ci vogliono soldi. Per fare soldi bisogna lavorare. E chi ce l’ha un lavoro? Alternative. Bisogna trovare alternative. Rubare? “No, non lo faccio.” Prostituirsi? “No, non faccio nemmeno quello.” Chiedere l’elemosina? “Non è una grande possibilità.” “Ma è una possibilità,” le fa eco lo stomaco inferocito. “E allora andiamo a chiedere l’elemosina.” Nunzia è in strada. Una signora molto bella ed elegante le fa una lunga predica, qualcosa che non riesce bene ad afferrare, perché lo stomaco ruggisce sempre più forte, arrivando a coprire alcune parole. Sente la parola “gay” e allora dice “Io pure sono lesbica,” così magari la signora le sgancia qualche soldo. Ma niente. Si vede che non aveva spiccioli con sé. “Una signora così gira solo con la carta di credito,” pensa. “Più avanti c’è un edicola, lì magari qualche spicciolo lo faccio.” Sui rotocalchi rosa ci sono le immagini dell’attrice dei Fantastici quattro che a quanto pare si è sposata ed è incinta, e poi c’è una foto della cantante di Rehab pizzicata mentre si prepara della roba. I titoli dei quotidiani parlano di una sentenza di condanna che sta per arrivare da un momento all’altro e di un reportage su una showgirl tornata in Campania come ministro. “Me ne può dare una copia?” L’edicolante le porge una copia in omaggio. Questa sera Nunzia ha quelle pagine come materasso e quelle pagine come coperta. Si avvolge tra le tette semi nude della showgirl ministro incontrata poche ora prima e si addormenta. I suoi sogni sono popolati di donne viste sulle copertine dei giornali. Donne che hanno dubbi e si fanno domande. Donne che si svegliano la mattina. Come lei. Un’altra giornata. Un altro risveglio. Alzandosi, si scrolla le immagini di dosso. Le guarda ancora un momento. “Se lei è riuscita a diventare ministro,” si chiede con un sorriso di speranza sulla faccia, “chissà cosa riserverà a me il futuro?”


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