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sabato 29 novembre 2014

C'ERA UNA VOLTA UNA POLACCA A NEW YORK: CHE LAVORO LE FECERO FARE?





C'era una volta a New York
(USA 2013)
Titolo originale: The Immigrant
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray, Ric Menello
Cast: Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Angela Sarafyan, Jicky Schnee, Dagmara Dominczyk, Maja Wampuszyc
Genere: clandestino
Se ti piace guarda anche: Boardwalk Empire, C'era una volta in America, Two Lovers, Blood Ties

C'era una volta una giovane donna che viveva nella Terra di Polonia. La fanciulla aveva una grande fortuna e una grande sventura. La sua fortuna era quella di essere una gran sventolona. La sua sventura era che per quel motivo tutti se la volevano ciulare, con o senza il suo consenso. Nonostante fosse polacca, la fanciulla aveva lo splendido volto dell'attrice francese Marion Cotillard, d'altra parte per gli americani noi europei siamo sempre stati tutti uguali.
La ragazza polacca con il volto da francese se ne era scappata dalla sua terra natale dove tutti la volevano ciulare fino agli Stati Uniti in cerca di maggiore fortuna. Non è che ne avesse trovata molta già a partire dal viaggio in nave, dove è stata stuprata. Una volta arrivata a New York, le cose non è che siano andate per lei poi molto meglio. Anzi. I medici americani hanno scoperto che la sorella con cui è arrivata era malata e l'hanno messa in quarantena, manco avesse avuto l'ebola. Le cure cui doveva essere sottoposta erano molto costose e così, per permettersele, che lavoro volete si sia messa a fare la bella fanciulla polacca?

venerdì 14 novembre 2014

RESTA (SECCA) ANCHE DOMANI





Resta anche domani
(USA 2014)
Titolo originale: If I Stay
Regia: R. J. Cutler
Sceneggiatura: Shauna Cross
Tratto dal romanzo: Resta anche domani di Gayle Forman
Cast: Chloë Grace Moretz, Jamie Blackley, Joshua Leonard, Mireille Enos, Liana Liberato, Aisha Hinds, Stacy Keach, Ali Milner
Genere: melodramma
Se ti piace guarda anche: Amabili resti, Ghost, Se solo fosse vero, Colpa delle stelle

È curioso come la vita possa cambiare in un solo istante. Un momento sei lì in auto che ti fai un viaggetto e come accompagnamento decidi di mettere su il nuovo disco di una rock band storica, i Pink Floyd, e poi puff, ti ritrovi in coma. È vero che non sono mai stati il gruppo più scatenato del mondo, però come soundtrack di un trip, mentale ma anche fisico, ci stanno bene. Metto così su sull'autoradio il CD appena masterizz... comprato e partono le prime note di “The Endless River”, e poi...



martedì 9 settembre 2014

COLPA DELLE STELLE? NO, COLPA DELLA SFIGA







Colpa delle stelle
(USA 2014)
Titolo originale: The Fault in Our Stars
Regia: Josh Boone
Sceneggiatura: Scott Neustadter, Michael H. Weber
Tratto dal romanzo: Colpa delle stelle di John Green
Cast: Shailene Woodley, Ansel Elgort, Nat Wolff, Laura Dern, Sam Trammell, Willem Dafoe, Lotte Verbeek, Ana Dela Cruz, Emily Peachey
Genere: melò
Se ti piace guarda anche: L’amore che resta, Now Is Good, Braccialetti rossi, Red Band Society, Chasing Life

Volete sapere qual è il trend del momento?
Pensate a vampiri, licantropi e zombie?
Nah. Quella è roba del passato. È roba che fa tanto 2 0 1 2 massimo 2 0 1 3.
Il filone più cool oggi, al cinema quanto in tv, è quello della gente malata di cancro. Non siete malati di cancro?
Male. Siete troppo out. Se volete essere i più fighi alla prossima festa o all’aperitivo di tendenza, tornate con un mesotelioma e ne riparliamo. Anche una leucemia può andare bene, come capita alla protagonista di una delle serie tv più (piacevolmente) infettive dell’estate, Chasing Life. In tv il cancro spopola. Dopo i più “adulti” Breaking Bad e The Big C, la nuova sotto tendenza di questo particolare filone è quella di parlare di ragazzini malati, si veda la serie tv spagnola Polseres vermelles, la sua versione italiana Braccialetti rossi e il nuovissimo remake americano Red Band Society. O si veda questo Colpa delle stelle.

Colpa delle stelle racconta di Hazel Grace, una giovane fanciulla interpretata da Shailene Woodley, la vera contendente di Jennifer Lawrence al titolo di erede di Meryl Streep. Hazel Grace ha un cancro ai polmoni e deve stare con delle cannucce per respirare attaccate alle narici, come la tipa creepy di Bates Motel. A un gruppo di supporto di quelli che negli USA vanno sempre forte, e non solo per imbucarsi e fingersi malati come faceva il protagonista di Fight Club, incontra il brillante Augustus (l’attore da tenere d’occhio Ansel Elgort) un ragazzo sopravvissuto al cancro cui è stata amputata una gamba.

"Ti ho preso questi. I crisantemi mi sembravano un po' prematuri."
"Oh, peccato. Erano i miei preferiti."

Siamo molto dalle parti di Braccialetti rossi, esatto. Anche in questo caso, il merito principale della riuscita sta nel giusto calibrare momenti melodrammatici con situazioni più leggere e persino risate. Colpa delle stelle sarà un drammone, ma è il film che mi ha provocato la risata cinematografica più grossa dell’anno, quando la protagonista incontra il suo scrittore preferito, gli pone alcuni quesiti, lui le dice: “Ti sei mai chiesta perché tieni tanto alle tue sciocche domande?” e lei gli risponde con un liberatorio: “Ma vaffanculo!” alla Johnny Stecchino.
Ho riso per 10 minuti minimo.

Allo stesso tempo, è pure il film che negli ultimi tempi mi ha fatto scendere le lacrime più pesanti. Lo metto in chiaro: a non tutti potrebbe fare lo stesso effetto. Se non entrate in sintonia con i due protagonisti, sono cazzi amari. Io invece li ho trovati adorabili. Per quanto tutti e due un po’ troppo buonini e buonisti per i miei gusti, non ho potuto fare a meno di provare una grande compassione per entrambi, per la condizione di salute non proprio stellare che hanno, e allo stesso tempo un po’ di invidia per la grande amicizia e poi il grande amore che vivono. La loro però non è una di quelle love story troppo smielate e cuoriciose. Ha quel giusto grado di romanticismo che non sfocia per fortuna nel “Stiamo sempre vicini vicini” o nel “Trottolino amoroso e dudù dadadà”.

"Mi piaci proprio tanto, Hazel Grace."
"Anche con queste robe al naso?"
"Soprattutto con quelle robe!"
"Uff, possibile che attiri solo dei maniaci feticisti?"

Il merito principale di Colpa delle stelle, oltre a non essere troppo sdolcinato, è quello di non essere deprimente. Non in maniera eccessiva, se non altro. Come capitato anche con altri film recenti dedicati al tema della malattia, ad esempio Quasi amici o Un sapore di ruggine e ossa, non si sfocia nel facile pietismo o nel cinema del dolore. Rispetto a quelli è pur sempre una pellicola americana e quindi qualche concessione al pubblico dal fazzoletto facile c’è, ma non si esagera, come può invece capitare nelle trasposizioni cinematografiche dei romanzi di Nicholas Sparks con cui questo lavoro nonostante le drammatiche premesse non ha – grazie a Dio! – molto a che vedere.
Il pensiero va più che altro a film come Noi siamo infinito o ancor più L’amore che resta – Restless di Gus Van Sant. Nel caso di Colpa delle stelle la regia del giovane Josh Boone non è allo stesso livello, però in compenso la sceneggiatura tratta dall’omonimo best-seller scritto da John Green è davvero brillante. I dialoghi rimangono impressi. C’è la parola “okay” che viene trasformata in un tormentone e per fare una cosa del genere con un termine tanto comune ci va della classe. C’è poi la bella idea della sigaretta tenuta in bocca senza essere accesa. C’è l’ottimo inserimento di un metaromanzo, il libro fittizio Un’imperiale afflizione di Peter Van Houten, di cui i due giovani protagonisti sono fan e che vanno a trovare in quel di Amsterdam. Grazie a questo film, credo che la capitale dei Paesi Bassi possa avere una ricollocazione a livello di marketing turistico: non più solo meta prediletta per drugà e fattoni, ma anche città romanticissima, come e più di Venezia.

"Siamo due malati di cancro ad Amsterdam e non ci siamo ancora fatti una canna?"
"Ma cosa ca**o stiamo aspettando?"

Niente male anche la colonna sonora, in cui svettano l’esplosiva “Boom Clap” di Charli XCX e l’epica “Wait” degli M83, più “Strange Things Will Happen” dei Radio Dept., indie band svedese che pensavo di conoscere solo io al mondo e invece no e che grazie a questa colonna sonora spero possa aumentare ulteriormente la sua popolarità.

Se vogliamo trovare un difetto al film è che, oltre a non essere registicamente troppo memorabile, non viene dato un grosso spazio ai personaggi secondari. In particolare avrebbe meritato più attenzione l’amico cieco del protagonista, interpretato da un Nat Wolff dopo Palo Alto e Comportamenti molto… cattivi sempre più da tenere d’occhio. Un attore che fa il cieco da tenere d’occhio? Isn’t it ironic? chiederebbe Alanis Morissette.
Il bello della pellicola però sta anche in questa scelta di puntare quasi esclusivamente sui due protagonisti. Spesso abbiamo visto la malattia di un ragazzino dal punto di vista dei genitori, come in Alabama Monroe o La guerra è dichiarata, mentre qui viviamo l’esperienza direttamente attraverso la Hazel Grace regalataci da Shailene Woodley e dal suo amico/qualcosapiùcheamico Augustus alias Ansel Elgort. Il film sta tutto in quei due. Se non sopportate loro, questa visione risulterà per voi impegnativa quanto un ciclo di chemio. Se invece ve ne innamorate, Colpa delle stelle sarà una delle esperienze più emotivamente coinvolgenti in cui vi imbatterete quest’anno. Quanto a me, devo ammettere di stare dalla seconda parte. Al punto che vorrei essere una ragazzina di 16 anni soltanto per poter gridare al mondo:
“Io amo questo film!”

Invece sono un ragazzo uomo con ormai il doppio dell’età costretto a sussurrare con grande vergogna e con un filo di voce:
“Io amo questo film!”
Un film non solo okay. Un film infinitamente più che okay.
Okay?
(voto 8/10)

"Pronto, Hazel Grace? Ma l'hai visto il post di WhiteRussian?"
"Sì e non vedo l'ora di morire per non dover mai più leggere quel sitaccio, okay?"

domenica 17 agosto 2014

GIOCHIAMO AI GIOCHI DEI GRANDI?





I giochi dei grandi
(USA, Canada 2004)
Titolo originale: We Don’t Live Here Anymore
Regia: John Curran
Sceneggiatura: Larry Gross
Tratto dai racconti: We Don’t Live Here Anymore e Adultery di Andre Dubus
Cast: Mark Ruffalo, Laura Dern, Peter Krause, Naomi Watts
Genere: infedele
Se ti piace guarda anche: Closer, Carnage, Eyes Wide Shut

“Hey, bimbo. A che gioco giochiamo, oggi?”
“Mah, non so. Giochiamo a I giochi dei grandi?”
“Uuh, sembra pericoloso! E come si fanno, questi giochi dei grandi?”
“Non ne sono del tutto sicuro, ma vedendo il film con quel titolo penso che lo scopo del gioco sia tradire il proprio marito o la propria moglie e vince chi scopa di più in giro.”
“Cosa vuol dire scopa? Intendi il gioco di carte, bimbo?”
“No, parlo di sesso.“
“Cos’è il sesso?”
“È quella cosa che serve ad avere i bambini quando le cicogne sono in sciopero.”
“I miei genitori dopo di me non hanno più avuto bambini. Vuol dire che non scopano più?”
“Non per forza. Significa solo che tu sei talmente un rompiballe che hanno deciso di non avere altri figli.”
“Han fatto bene. Così possono spendere i loro soldi per fare regali solo a me.”
“Ma i regali non li fanno i genitori. Li fa Babbo Natale. Lo sanno tutti!”
“Io non saprò cos’è il sesso, ma davvero tu credi ancora all’esistenza di Babbo Natale?”
“Babbo Natale esiste. L’ho visto. L’hanno scorso è entrato in casa mia di notte. Solo che non è vero che scende giù dal camino. Ha spaccato una finestra ed è entrato. A me ha lasciato un robot sotto l’albero. I miei genitori invece si sono lamentati perché è sparito il televisore LCD.”
“Sei sicuro che era Babbo Natale?”
“Certo che sì. Indossava un cappello rosso, aveva una lunga barba bianca e teneva in mano una pistola.”
“Babbo Natale a quanto mi risulta di solito non usa pistole…”
“Beh, quello ce l’aveva, ok? E comunque li facciamo o no, questi giochi dei grandi?”
“Va bene. Dai, inizia tu che sei esperto.”

“Ok. Io faccio Mark Ruffalo e tu fai Laura Dern.”
“Ma io sono un maschio. Lo so perché c’ho il pisellino. Non voglio fare Laura Dern.”
“Dai, fai Laura Dern. È la musa di David Lynch.”
“Ah, allora ok.”
“Bene. Noi due siamo sposati, solo che a me il matrimonio con te sta stretto perché tu sarai una bella donna e tutto però cominci a essere un po’ vecchiotta e pure scassapalle, quindi ho bisogno di un’amichetta più giovane e sexy, diciamo Naomi Watts. Naomi Watts che è pure lei una musa di David Lynch, lo sapevi?”
“Certo, bimbo. Ho 8 anni ma i film di Lynch li ho già visti tutti. Mi sono pure scaricato il suo ultimo album da iTunes. Non male, però mi aspettavo qualcosa in più.”
“Eh, lo so. Sono le delusioni della vita. Comunque io che sono Mark Ruffalo mi scopo Naomi Watts alle spalle di suo marito, che è anche il mio migliore amico e che è Peter Krause. Peter Krause se non lo sai è quello che ha fatto un sacco di serie tv, da Sports Night a Six Feet Under, da The Lost Room a Dirty Sexy Money e oggi è in Parenthood. Lo vedi e pensi che è un bravo attore e ti chiedi come mai al cinema non funziona e poi lo vedi in questo film e capisci che non funziona. Non so bene perché, però qui è del tutto inconsistente. Faccio bene, a farmi Naomi Watts alle sue spalle!”
“Okay, questo gioco sembra interessante. Ma io che sono Laura Dern cosa faccio? Niente? Sto a guardare la relazione clandestina di mio marito e basta?”
“All’inizio sì. Poi cominci a farti Peter Krause.”
“Uffa. Non hai detto che in questo film è una lagna?”
“Lo è, però per noia ti tocca fartelo comunque.”
“E va bene. E poi? Poi che succede?”
“In pratica niente. Il film parte bene, c’è un’atmosfera inquietante alla David Lynch trasportata all’interno di una storia di tradimenti e intrecci sentimentali tra Closer ed Eyes Wide Shut e in pratica ci sono i presupposti per un capolavoro, solo che la pellicola non decolla mai. Più che un capolavoro, finisce per diventare un cavolavoro. La vicenda non va da nessuna parte, i protagonisti sono chi più chi meno tutti parecchio odiosi e il modesto regista John Curran dimostra di non essere certo Lynch e a un certo punto non sa più che pesci pigliare.”
“Mi stai dicendo che questi giochi dei grandi fanno schifo?”
“Schifo no. Sono solo dei giochini che vorrebbero essere chissà quanto trasgressivi e invece risultano innocui persino per un bimbetto come me.”
“Va beh, ma allora perché mi hai fatto giocare a questi giochi?”
“Perché mi stai antipatico, ecco.”
“Allora non sei più mio amico. E Laura Dern per te non la faccio più.”
“Pazienza, tanto in quella parte non eri molto credibile.”
“E tu invece come Mark Ruffalo non vali niente. Non sembravi nemmeno Mark Ruffalo. Sembravi Nicolas Cage!”
“UEEEEEE’! Mamma, quel cattivone mi ha dato del Nicolas Cage! UEEEEE’!”
(voto 5,5/10)

"Ci guardiamo un film?"
"Sì, basta che non sia I giochi dei grandi."

venerdì 8 agosto 2014

GIMME SHELTER, DATE RIFUGIO A QUEL CESSONE DI VANESSA HUDGENS




"Altroché Spring Breakers, qui sì che sono sexy!"
Gimme Shelter - Non lasciarmi sola
(USA 2013)
Regia: Ron Krauss
Sceneggiatura: Ron Krauss
Cast: Vanessa Hudgens, Brendan Fraser, Rosario Dawson, Ann Dowd, Emily Meade, Rachel Mattila Amberson, Dascha Polanco, Stephanie Szostak, Candace Smith, Tashiana Washington, James Earl Jones
Genere: indie teen mom
Se ti piace guarda anche: Short Term 12, Precious, Teen Mom, 16 anni e incinta, Juno

E pensare che quando dicevo che Vanessa Hudgens è una grande attrice, la gente mi rideva dietro. Invece adesso le cose sono molto cambiate.
Vanessa Hudgens è una grande attrice.

AAAHAAHAAH

AAH AAH AAAH AAAH AAAH


Ok, la gente continua a ridere anche adesso quando lo dico, è vero. Le cose non sono cambiate. Però la gente che ora ride probabilmente non ha ancora visto Il cacciatore di donne, film in cui la Hudgens dà merda persino a Nicolas Cage…
Ok, esempio sbagliato. Non è che ci vada molto. Anche Gabriel Garko potrebbe far sfigurare il Nic Cage degli ultimi tempi.
La gente che adesso ride probabilmente non ha visto nemmeno Gimme Shelter, il nuovo film che vede protagonista Vanessa Hudgens. Una Vanessa Hudgens imbruttita che sfoggia qui un look da ragazzino cileno malato di AIDS. Non proprio il massimo del sexy. In bikini in Spring Breakers era meglio. Un pochino meglio.

"Beh sì, dai. Modestamente sono proprio un bel ragazzo."
In pratica, qui Vanessa Hudgens è ricorsa a quello stratagemma cui ricorrono (quasi) tutte le star di Hollywood a un certo punto della loro carriera quando vogliono dimostrare di essere qualcosa di più di un bel tocco di fregna. L’esempio più clamoroso è stato quello di Charlize Theron che si è presentata leggerissimamente meno infighettata di come eravamo abituati vederla di solito in Monster, un titolo un programma. Oppure Hilary Swank…
Ah, no. Ho sbagliato esempio di nuovo. Lei di solito è cessa e tutti a dire quanto è brava e a darle degli Oscar, poi quando si è presentata tutta infighettata in Black Dahlia non se l’è cagata nessuno. A Hollywood funziona così. Più ti imbruttisci e più vieni premiato. Più ti infighetti e più sei ignorato. Soprattutto se sei una donna, ma Christian Bale e Matthew McConaughey di recente in versione anoressica hanno dimostrato come la cosa valga pure per gli uomini.
La scelta di presentarsi in versione cozza non ha portato Vanessa Hudgens a correre per gli Oscar, però se non altro le è valsa il plauso della critica d’Oltreoceano. Per poter essere presa in considerazione dall’Academy ci sarebbe voluta una pellicola un minimo più decente, cosa che Gimme Shelter purtroppo non è.

"Vanessa, bella de mamma. Puoi sforzarti finché vuoi,
ma non sarai mai gnocca quanto me, ricordalo!"
La prima parte non è nemmeno malaccio. Solito film indipendente in stile Sundance, con una storia che sembra una puntata di Teen Mom girata nel ghetto. Vanessa Hudgens è Apple, una 16enne incinta che se ne va di casa, visto che Rosario Dawson (imbruttita pure lei, solo che lei come attrice resta incapace comunque) non è proprio la madre dell’anno. Vanessa Hudgens va così a ricercare il padre Brendan Fraser. Un Brendan Fraser parecchio invecchiato, però lo sguardo fisso da mummia è rimasto sempre lo stesso. La sua parte è quella da lupo yuppie di Wall Street pieno di grana, ma Vanessa Hudgens non è lì per i suoi soldi…
Certo, certo. Come no?

Vanessa Hudgens è lì perché non sa dove altro andare e, a questo punto, ci si potrebbe aspettare una di quelle commedie americane in cui la tipa disadattata di turno ritrova l’amore paterno e, grazie al makeup e a qualche abito sexy di marca, diventa una strafiga. Così non è. Per fortuna. Questo è un dramma e a quella povera sfigata della protagonista ne capitano di tutti i tipi, manco la sceneggiatura l’avesse scritta Lars von Trier.
Bene. Cioè, male per lei, ma bene per noi spettatori. Ci aspetta allora un bel melodrammone in grado di toccare il cuoricino?
No. Il film fa prendere male per la triste vicenda della sua protagonista, eppure allo stesso tempo non riesce a creare una vera connessione emotiva. La colpa non è certo di Vanessa Hudgens, che qui è davvero bravissima e sulle sue spalle regge da sola l’intera pellicola. La colpa è semmai del suo personaggio che non è certo quello della ragazza più simpa del mondo, e la colpa è di una sceneggiatura che si trascina stancamente fino a…

"Incinta???
C'è davvero qualcuno che ha avuto il coraggio di trombarmi in questo stato?"
ATTENZIONE SPOILER
…fino a una parte finale in cui arriva una (non richiesta) svolta cristiana. All’improvviso, anziché in una versione alternativa di Teen Mom o 16 anni e zoccola incinta, veniamo catapultati dentro una puntata di Settimo cielo e allo stesso tempo la colonna sonora passa dall’efficace “Born to Die” di Lana Del Rey alla terrificante “The Prayer” di Celine Dion suonata sui titoli di coda. Proprio così.
Posso dare atto al film di avermi sorpreso, questo sì. Solo si è rivelata una sorpresa davvero negativa. Una pellicola che per un'ora non era stata fenomenale, però quanto meno decente, negli ultimi minuti sbrocca totalmente e si trasforma in una markettona clamorosa nei confronti delle associazioni religiose. Ma porco zio!
Quei bigottoni degli americani non ce la fanno proprio a tenersi e mo’ arrivano a contaminare persino il cinema indie. Io mi chiedo: “Dio mio, dove andrà a finire questo mondo? Doveee?”
Se il film non è un granché e la parte conclusiva è davvero terrificante, di Gimme Shelter resta comunque una cosa da conservare nella memoria e da incorniciare: Vanessa Hudgens, che qui dimostra, anzi si conferma ancora una volta una grande, grandissima attrice.

AAH AHAHAH AAAH AAAH

AAAAAH AAAH AAAAH AAAAAAAH

Smettetela di ridere. Vi sto dicendo la verità. Abbiate Fede in me, dannati miscredenti.
(voto 5/10)


mercoledì 2 luglio 2014

INSTRUCTIONS NOT INCLUDED – UN PAPÀ PER AMIGO





Instructions Not Included
(Mexico 2013)
Titolo originale: No se Aceptan Devoluciones
Regia: Eugenio Derbez
Sceneggiatura: Guillermo Ríos, Leticia López Margalli, Eugenio Derbez
Cast: Eugenio Derbez, Loreto Peralta, Jessica Lindsey, Daniel Raymont, Karla Souza, Alessandra Rosaldo, Margarita Wynne
Genere: caliente
Se ti piace guarda anche: Tre scapoli e una bimba, Io & Marley, Sole a catinelle

¡Hola chicos! ¿Cómo estás? ¿Que pasa? ¿Che cacchios fates?
Io me sono appena gustado un film muy guapo. Muy… muy no tanto, però abbastanzas lindo, andale andale!
La película es mexicana como yo y el titulo original es No se Aceptan Devoluciones. In Italia no sé porqué ma è uscito con il titulo Instructions Not Included. Tu vuò fa’ l’americano, mericano, mericano, ma sì nato in Italy. Ricordalo, Cabrón!
Va detto que anche el film vuò fa’ l’americano, mericano, mericano, pur essendo mexicano. Instructions Not Included es la storia de Valentín, el solito chico que no vuole cresceres, no vuole metteres su familia, no vuole averes responsabilidad, pero un día se ritrovas con una niña, la su figlia, porqué la madre gliela lascia tutta per sé e quindi si deve prendere la responsabilidad. So’ cazzi sua, in praticas!

Valentín così va negli USA a cercares la madre della niña, ma la madre della niña es desaparecida y così lui se trovas un trabajo. ¿A fare il lavapiattis? ¿A fare il puliscicessis?
!No!
Noi mexicanos no dobbiamos micas hacer solo quello, nella vida. Anche si no habla inglés, Valentín se trova un trabajo muy bueno y muy respetable. O quasi… Si mette a fare lo stunt, lo stuntman por el cinema. In questo modo riesces a superares todos les sues paures, y inoltres riesces a mantener la niña. Fino a che la madre rientreras nelle loro vidas…

"Cosa sto facendo?
Sto cercando di fare più tenerezza del Gatto con gli stivali, naturalmente!"
¿Cosa succedes ahora?
No ve lo dico. Voi ve lo potetes vederes al cinema, così dates un poco de dinero a noi poveros mexicanos. Ne vales la pena?
Yo creo que sì. Existe algún defecto. Por esempio, la pelicula es troppo buonista, políticamente correcta o, com’è che dite voi in Italia?
Fabiofazista, sì.
Inoltres la regia è al livello di quella delles telenovelas, los actores no son muy fenomenal, el protagonista Eugenio Derbez, que es el director tambien, sembra la version con le meches de Neri Marcorè y quindi como playboy no es muy creíble, y la bionda Jessica Lindsey es un actriz muy perra. ¿Como dites in Italia? !Cagna!
La niña Loreto Perlata invece es muy buena, la mejor del cast.
No todo es guapo y algunas scenas son muy infantil, pero la pelicula se lascias guardares, con algúnos sorrisos y algunas lágrimas. Porqué nos mexicanos sappiamos hacer rideres y hacer piangeres allo stesso tiempo. Mica sappiamos hacer sólo la siesta.
Y el final della pelicula es muy bastardo! Vi farà piangeres como Io & Marley y forse ancor de più, porqué alla fin esta película funzionas più como drammone strappalágrimas que como comedia.
!Viva la tristeza! ¡Que viva México!
(voto 6+/10)

domenica 27 aprile 2014

MISS VIUULEEENZA




Addio, mondo crudele.
Ho deciso di buttarmi giù dal balcone con gli occhi pieni di malinconia. Perché?
Non ve lo dico. Non è perché sono cattiva. Non ve lo dico perché preferisco che vi guardiate Miss Violence, il film a me dedicato. O meglio, il film dedicato a quanto succede dopo che mi sarò lanciata giù. Prometto che, prima della fine, avrete capito il motivo del mio gesto. Fidatevi, non è uno di quei misteri tipo Lost che dovete vedervi 6 stagioni per arrivare alla conclusione con l’impressione di non averci comunque capito nulla. Qui saprete tutto. O quasi. Lo giuro sulla vita di mio papà, volevo dire di mio nonno.

All’inizio non sarà facile capire perché l’ho fatto. La mia era una famiglia perfetta. Vivevo con le mie due sorelle, con i miei due nipotini figli della mia sorella maggiore e con i nostri genitori, volevo dire i nostri nonni che ci volevano tanto bene. Il regista Alexandros Avranas vi accompagnerà a scoprire poco a poco che dietro a questa impeccabile facciata c’è dell’altro. Lo farà nascondendovi le cose dietro alle porte, utilizzando un sacco di riprese fisse, mostrandovi solo alcune cose, usando uno stile vicino a quello di Kynodontas, recente capolavoro greco di Giorgos Lanthimos cui Avranas guarda come modello di riferimento, insieme ai lavori di Michael Haneke, soprattutto Caché – Niente da nascondere. Il suo è uno stile un po’ derivativo, lo capisco pure io che sono una vergine suicida di 11 anni, e lo splendido trailer sulle note di “Dance Me to the End of Love” di Leonard Cohen è forse la cosa migliore della pellicola, anche perché è l’unico momento in cui – modestamente – ci sono io. L’altra grande scena del film è quella in cui la mia sorellina, volevo dire la nipotina schiaffeggia il mio fratellino, volevo dire il mio nipotino e poi ci sono alcune sequenze, soprattutto i balletti, che ricordano proprio… sì, Kynodontas sempre, mentre per il resto non tutto il film procede in maniera altrettanto efficace.
Ciò nondimeno la storia che vuole raccontare, la mia storia, è potente e merita di essere rivelata. Come un buon padre di famiglia, il regista Avranas proverà a proteggervi, vi terrà la manina, vi darà da mangiare del gelato, vi farà sentire delle canzoncine innocue come quel pezzo là, quello che tutti nel vostro paese conoscerete bene, “L’italiano” di Toto Cutugno. Le proverà tutte per addolcire la realtà, fino a che la verità non verrà fuori con prepotenza. Allora saprete perché mi sto per buttare e la smetterete di pensare che sono una bimbaminkia emo viziata che lo fa solo per attirare l’attenzione, o per diventare popolare sui social network. Capirete che a volte nella vita non c’è altra via d’uscita.
Adesso vado, c’è un balcone che mi aspetta.

Per sempre vostra,
Angeliki


Miss Violence
(Grecia 2013)
Regia: Alexandros Avranas
Sceneggiatura: Alexandros Avranas, Kostas Peroulis
Cast: Themis Panou, Rena Pittaki, Eleni Roussinou, Sissy Toumasi, Kalliopi Zontanou, Chloe Bolota, Contantinos Athanasiades, Maria Skoula
Genere: violento
Se ti piace guarda anche: Kynodontas, Il giardino delle vergini suicide, Alpeis
(voto 7-/10)

lunedì 31 marzo 2014

STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI E DI UN LADRO DI FILM




Storia di una ladra di libri
(USA, Germania 2013)
Titolo originale: The Book Thief
Regia: Brian Percival
Sceneggiatura: Michael Petroni
Tratto dal romanzo: La bambina che salvava i libri di Markus Zusak
Cast: Sophie Nélisse, Geoffrey Rush, Emily Watson, Nico Liersch, Oliver Stotowski, Julian Lehmann
Genere: letterario
Se ti piace guarda anche: La chiave di Sara, Schindler’s List, La vita è bella

"Non c'è nessun volume di Cannibal Kid? Che razza di libreria è mai questa?"
Storia di una ladra di libri è la storia di una ladra di libri.
Nooooo, ma va? Quante cose sorprendenti si scoprono ogni giorno su Pensieri Cannibali.
Un’altra cosa che forse non sapevate già è che nessuno vive per sempre. A parte i vampiri. Prima o poi, tutti moriamo. È così che inizia questo film, con la morte in persona che ci rivela questa eterna verità. Sì, è un inizio all’insegna dell’allegria. Chi è diceva sempre: “Allegria!”?
Mike Bongiorno, e Mike Bongiorno è morto.
Vedete? Il film ha ragione. Tutti muoiono. Persino Mike Bongiorno.
Se l’attacco non è dei più felici, è perché comunque questo è un film ambientato nella Germania nazista ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Volevate che fosse una pellicola allegra? Non so, volevate per caso chiamarla La vita è bella?
A questo punto vi potete già figurare di fronte ai vostri occhi uno di quei melodrammoni stracciapalle strappalacrime. In parte è così e in parte invece è un film che non è nemmeno così deprimente. Per essere una storia raccontata dal punto di vista della morte ambientata durante la World War II, è un film parecchio vitale.
A quest’altro punto potrete accusare la pellicola di essere troppo leggera, troppo edulcorata, troppo fiabesca. Gli orrori della guerra vengono mostrati in maniera indiretta, di sfuggita, non ci si sofferma troppo su sangue, violenza e distruzione. La morte è sempre lì, con il fiato dietro al collo dei personaggi, e nonostante questo riesce a non essere una visione troppo angosciante.

"Mi sa che era meglio se non gli leggevo l'intera saga di Twilight.
Gli ho dato il colpo di grazia, a 'sto poveretto."
Storia di una ladra di libri è la storia di una ladra di libri, dicevo nella sconvolgente rivelazione di inizio post. Più nello specifico Liesel è una ragazzetta di 10 anni che viene separata dalla madre comunista dal perfido Berlusconi Hitler. Liesel, interpretata dalla giovanissima attrice canadese Sophie Nélisse già vista in Monsieur Lazhar, viene così data in adozione a una coppia formata da un padre bonaccione (Geoffrey Rush) e da una rigida madre nazi (Emily Watson), che però poi in fondo rivelerà di avere un cuore d’oro, come capita con tutti i cattivoni. A parte Berluscon… volevo dire Hitler.
All’inizio, la piccola Liesel avrà vita dura, poi diventerà popolare e andrà alle feste e, dopo essersi fatta desiderare a lungo, perderà la verginità. Ah no, scusate. Questa è la storia di una qualunque serie trasmessa dal network americano The CW.
La piccola Liesel avrà invece una vita dura, circondata dai nazisti, ma in cui oltre ai genitori adottivi troverà un paio di persone cui appoggiarsi per trovare un raggio di sole in un periodo storico nero come la pece, rosso come la bandiera nazista, marrone come la merda. La prima persona è Rudy, un ragazzino dai capelli gialli come il limone con cui farà amicizia e con cui no, non perderà la verginità perché questa non è una serie The CW e la protagonista è ancora troppo giovane. La seconda persona è Max, un giovane ebreo che viene ospitato dal padre a casa loro. Più che ospitato, viene nascosto dall’occhio delle forze del male, quindi dall’occhio di Sauron… pardon continuo a sbagliare, volevo dire l’occhio di Hitler.

"Un libro di Moccia tra le fiamme? Ma che ingiustizia!
Che ingiustizia che non sia ancora bruciato."
Una classica storia sui drammi della Seconda Guerra Mondiale, da qualche parte tra Il diario di Anna Frank e Schindler’s List, insomma, con l’aggiunta di qualche eco alla Fahrenheit 451. Niente di nuovo, se non per la scelta del narratore che, come detto, è Mr. Simpatia, ovvero la Morte. Se un minimo di originalità la possiede e, considerando quanto il tema sia stato inflazionato, è cosa non da poco, a preoccupare è soprattutto un’altra cosa: riuscirà il film a non essere troppo stucchevole, patetico, tutto buoni sentimenti?
Eh, insomma. La missione non si può definire riuscita del tutto, anche perché probabilmente non era tra gli obiettivi della pellicola. Nonostante alcuni passaggi siano un pochino telefonati e altri tendano a ricercare in maniera forzata il coinvolgimento del pubblico, la Storia di una ladra di libri non esagera con i momenti ruffiani, quelli presenti tutto sommato non infastidiscono più di tanto e, anzi, vanno a segno. Il mio cuoricino freddo in almeno un paio di passaggi è stato scalfito dal calore di questa pellicola e poi la scena con i ragazzini protagonisti che gridano “Hitler è una testa di cazzo!” vale da sola il prezzo del biglietto che non ho pagato, perché io sono un ladro di film.

Nonostante in alcuni punti emozioni, Storia di una ladra di libri purtroppo pecca di una regia di tale Brian Percival troppo anonima, piatta, priva di personalità, un tempo si sarebbe definita “televisiva”, non fosse che adesso la qualità delle produzioni seriali spesso fa apparire semmai il termine “cinematografico” come dispregiativo. Se a livello di spettacolo visivo non è niente di che, per una volta ci possiamo accontentare di una storia che, per quanto non del tutto sconvolgente, è una bella storia. Se fosse raccontata in un libro, lo ruberei.

Ah, come? Dite che il film è tratto dal romanzo La bambina che salvava i libri di Markus Zusak?
E allora vado a rubarl… volevo dire a leggerlo.
(voto 6,5/10)

sabato 22 marzo 2014

SHORT TERM 12, LA VITA SENZA EFFETTI SPECIALI




Short Term 12
(USA 2013)
Regia: Destin Cretton
Sceneggiatura: Destin Cretton
Cast: Brie Larson, John Gallagher Jr., Stephanie Beatriz, Rami Malek, Frantz Turner, Kevin Hernandez, Alex Calloway, Lakeith Lee Stanfield, Kaitlyn Dever, Melora Walters
Genere: indie
Se ti piace guarda anche: Prossima fermata – Fruitvale Station, Smashed, Drinking Buddies

Basta poco, per farmi felice. Mi date un bel filmetto indie e io sono contento. Non li voglio i vostri supereroi. Ve li potete tenere, i vostri Tom Cruise Tom Hanks Will Smith Russell Crowe. Per fare un grande film non servono tanti soldi, tanti divi, tante stronzate inutili. Preferisco le idee. Una penna che sa scrivere una sceneggiatura perfettamente congegnata, ma non per questo paracula di quelle che arrivi alla fine e ti fanno sentire preso per i fondelli. Una storia dalla struttura circolare, con dentro poche cose, pochi elementi essenziali. Con dentro un cuore, un'anima, una vita.

"Ahahah, troppo divertente leggere il diario privato di Cannibal Kid!"
Short Term 12 è un film che ci mostra la vita senza effetti speciali. Quale vita? Quella di Grace, una giovane donna che lavora in un posto che si chiama appunto Short Term 12, un centro per ragazzi minorenni “sfortunati” (ma non chiamateli così, che si incazzano). Ragazzini con qualche problema mentale, con situazioni difficili in casa, con tendenze suicide. Cose di questo genere. Un ambiente non semplice, dove ogni tanto qualcuno all’improvviso sclera e bisogna “contenerlo”, e in cui io non avrei mai il fegato di addentrarmi. Un mio amico lavora in un ambito come questo e le storie che mi racconta, non troppo distanti da quelle presentate dalla pellicola, a volte mi fanno accapponare la pelle.
Il film altro non è che un tuffo dentro questa difficile realtà, attraverso l’occhio di chi in questo posto ci lavora: Grace, il suo boyfriend e un paio di colleghi i cui ruoli sono un po’ troppo abbozzati, e qui mi tocca fare un po’ di critica perché questa pellicola è davvero deliziosa, però non è perfetta, il suo bello è anche quello. Soprattutto, il film è incentrato su di lei, Grace, la giovane Brie Larson che qui passa alla grande l’esame di maturità ed è pronta per andare nel college del cinema che conta. Cosa che significa che presto finirà a fare filmoni mega pubblicizzati e con gli effetti speciali e con accanto gli attoroni famosi di Hollywood? Può darsi. Per il momento speriamo però che tenga ancora i piedi in tutte e due le scarpe, o almeno in una, quella del cinema indie, quella dei filmini da Sundance Festival come questo che poi tanto ini non sono.

Un pregio di un “filmino” indie come questo, guardato anche grazie al prezioso consiglio di Gionatan, è quello di dare spazio a un cast di giovani attori molto promettenti, provenienti per lo più dal magico mondo delle serie tv. Per quelli poco familiari con i telefilm USA, Brie Larson era la figlia della protagonista di United States of Tara, quindi di situazioni famigliari complesse e pazzesche è una che già se ne intende. C’è poi John Gallagher Jr., che non è uno dei membri degli Oasis bensì è uno dei protagonisti della pregevole serie tv giornalistica The Newsroom, poco conosciuta e poco idolatrata in giro, ma che vi consiglio assolutissimamente di recuperare. In due ruoli minori sono inoltre presenti Rami Malek, visto pure lui in United States of Tara, e Stephanie Beatriz, la sbirra dura e pura dello spassoso Brooklyn Nine-Nine. Della bella gente di cui sentiremo parlare ancora a lungo, soprattutto nel giro del cinema indie.

Tra poco sarà il compleanno di Pensieri Cannibali, che inizino i festeggiamenti!
Oltre a delle interpretazioni molto sentite e spontanee, anche da parte del gruppo di giovanissimi che hanno le parti dei ragazzini “ricoverati” o meglio reclusi del centro (attenzione soprattutto al rapper Lakeith Lee Stanfield e alla emo Kaitlyn Dever), Short Term 12 si segnala per un’ottima sceneggiatura. Questo è uno di quei film neo-neorealisti incentrati sulla vita normale, come abbiamo detto, però allo stesso tempo non rinuncia a una struttura narrativa organizzata in maniera impeccabile, con tutti i pezzi del puzzle che si vanno a incastrare alla perfezione e anche con quel pizzico di humour che non guasta e aiuta ad alleggerire l’atmosfera altrimenti da drammone. In una maniera analoga a quanto succede in un altro Sundance Movie recente come Prossima fermata – Fruitvale Station. Se quest’ultimo ha trovato una miracolosa, seppure limitata, uscita nelle sale italiane, mi auguro che lo stesso destino capiti anche a Short Term 12. So che qualcuno di voi penserà che si possa trattare di uno di quei filmetti sfigati, da hipster, girati con quattro soldi e che, se non riescono a raggiungere il grande pubblico, un motivo ci sarà. A volte capitano anche quelli. Le porcherie non si vedono solo tra i blockbusteroni multimilionari prodotti dalle major, ma vengono realizzate pure in ambito alternativo. Non è questo il caso. Al di là delle classificazioni, indie o non indie, Short Term 12 è semplicemente un bel film. Punto. 
(voto 7,5/10)

martedì 4 marzo 2014

ALABAMA MONROE – UNA STORIA D’AMORE, DI BELGIO E DI GRANDE BELLEZZA




"Sicuro di preferire la Ferilli?"
Alabama Monroe – Una storia d’amore
(Belgio, Olanda 2012)
Titolo originale: The Broken Circle Breakdown
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura: Carl Joos, Felix Van Groeningen
Tratto dall’opera teatrale: The Broken Circle Breakdown featuring the Cover-Ups of Alabama di Johan Heldenbergh e Mieke Dobbels
Cast: Johan Heldenbergh, Veerle Baetens, Nell Cattrysse, Geert Van Rampelberg, Jan Bijvoet
Genere: bluegrass
Se ti piace guarda anche: La guerra è dichiarata, Blue Valentine, La stanza del figlio
Uscita italiana: prossimamente

Caro Paolo Sorrentino, La grande bellezza è un gran bel film e mi inchino a te e alle tue capacità registiche. Devo però ammettere che io, all’ultima notte degli Oscar, anziché il tricolore verde, bianco e rosso sventolavo bandiera…
No, non bandiera gialla. Non siamo mica dentro una canzone di Gianni Pettenati, che hai capito? Sventolavo la bandiera del Belgio. Come mai?


Innanzitutto perché sono un antinazionalista pezz’e mmerda e l’amoreodio più odio che amore per la mia patria è qualcosa che mi porto dentro. Il motivo principale comunque è che il film belga in gara nella cinquina delle migliori pellicole straniere agli Oscar 2014 è quello che mi è piaciuto di più. Hai presente quando vedi un film e te ne innamori e non è una cosa razionale, è così è basta? Ecco, a me non è capitato con la tua grande bellezza, che pure ho gradito assai, a parte la parte finale che quella insomma, potevi anche farla un po' meglio… A me è successo con questo piccolo film belga The Broken Circle Breakdown o, per dirla con il titolo italiano visto che è previsto in uscita prossimamente anche nelle nostre sale, Alabama Monroe – Una storia d’amore. E' con questo che è scoppiato l’amore. A Sorrentì, il tuo film è girato da Dio. Secondo me oggi come oggi a livello visivo sei il più grande talento italiano, e vah beh questo magari non è che ci vada molto, ma sei uno dei migliori anche a livello mondiale. Per pura potenza delle immagini, con te credo possano competere al momento giusto Terrence Malick, Nicolas Winding Refn e Darren Aronofsky. Forse pochi altri. Splendida la tua regia, Paoletto, però il tuo film è un pezzo di ghiaccio. Eddaje, diciamolo. È un film di spessore artistico, culturale, politico a suo modo, religioso, spirituale, pieno di kitsch e allo stesso tempo di bellezza. A livello di cuore non sta invece messo benissimo. A me i film freddi piacciono anche, ma quando ti ritrovi di fronte a una pellicola cinematograficamente di ottimo livello e che ti fa pure venire i brividi, allora c’è poco da fare.

Sorrentì, il bel film belga non l’hai ancora visto? E allora ti dico io di che parla.
The Broken Circle Breakdown racconta di una coppia. Lui musicista di musica country, anzi musicista della forma di musica country più pura e radicale: il bluegrass. Quello che ascoltano giusto negli stati del profondo Sud. Non mi riferisco alla tua Campania, Paoletto, ma al profondo Sud degli Stati Uniti. Lei invece è una sexy tatuatrice bionda interpretata da Veerle Baetens, attrice dal fascino magnetico da tenere assolutamente d’occhio. Fossi in te, Sorrentino, una parte nel mio prossimo film gliela farei provinare. Comunque, questi due hanno una figlia e questa si ammala di cancro. Una storia strappalacrime?
Sì.
Una storia raccontata in maniera strappalacrime?
No.
The Broken Circle Breakdown utilizza una struttura temporale molto libera, il presente si alterna con il passato che si alterna con dei flashback e tutto fluisce in una maniera libera, quanto allo stesso tempo naturale e facile da comprendere. Pur privo delle sue invenzioni stilistiche, mi ha ricordato il francese La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli, lavoro dalla trama simile e dalla simile attitudine nel trattare un tema ostico in una maniera parecchio particolare e inconsueta. The Broken Circle Breakdown è inoltre un film molto americano. Molto americana è la fotografia. Molto americane sono le ambientazioni country. Molto americana è la musica della piacevole colonna sonora folk, anzi bluegrass, che ricopre un ruolo centrale nella pellicola. Non americana è invece l’attitudine con cui la delicata drammatica tematica della malattia viene affrontata.

"Let it go, let it gooooo...
Mannaggia, non mi va più via dalla testa, quella maledetta canzoncina!"
Paoletto, non so dirti se il modo di affrontarla sia tipicamente belga. Io i belgi non li capisco molto. Sono stato una volta, in Belgio, per la precisione a Bruxelles e a Bruges. Sì, la città costruita apposta per le riprese del film In Bruges, proprio quella. Il popolo belga non è che sia riuscito a inquadrarlo per bene. Le ragazze sì. Non che siano più o meno belle rispetto ad altri stati in cui sono stato, però sono più tettone. Non so perché, dev’essere qualcosa nell’aria o nell’alimentazione, ma tra le belghe c’è una percentuale altissima di tettone. I belgi in generale invece quelli non so. Hanno un po’ dei francesi, per radical-chicchismo, un po’ degli olandesi, per pazzia, e un po’ dei crucchi tedeschi per la precisione, la freddezza e la passione per la birra. Sono un popolo di mezzo. Un popolo ibrido. Da una parte è una cosa positiva, perché sono un mix di culture diverse, dall’altra negativa, perché non hanno una forte e precisa identità nazionale. Come dire che sanno di tutto e non sanno di niente.
Per quanto riguarda una pellicola come The Broken Circle Breakdown, devo dire che gli aspetti positivi hanno prevalso. Sebbene, come ti dicevo prima, questo film più che di Belgio, di Francia, di Olanda, di Germania o di altro, sa di America. E in questo mi ha vagamente ricordato un paio di tuoi lavori, Paoletto. Non La grande bellezza, bensì i due tuoi film più sottovalutati, o comunque i meno celebrati: L’amico di famiglia, soprattutto per il personaggio del cowboy Gino, e poi This Must Be the Place per il modo europeo di guardare alla cultura americana. Allo stesso tempo resta un film belga, qualunque cosa ciò significhi, e io l’ho amato, l'ho amato molto. Al suo interno ci sono delle scene commoventi, ma niente roba da fazzoletto facile. C’è la vita di due persone e a ben vedere nel film ci sono solo loro due e poco altro. C’è un monologo contro Dio e la religione che sarebbe roba inimmaginabile nella bigotta America, figuriamoci nella più ancor bigotta Italia, persino nei tuoi film, Paolo. Sopratutto, dentro The Broken Circle Breakdown c'è un'altra cosa, che si trova soltanto in poche rare pellicole ed è una cosa a te tanto cara, caro Sorrentino: la grande bellezza.
(voto 8+/10)

sabato 1 marzo 2014

MARIA DE PHILOMENA




Qualche settimana fa mi era capitato di guardare C’è posta per te. Non il film con Meg Ryan e Tom Hanks, che già ci sarebbe un pochino di che vergognarsi, mi riferisco proprio al programma con Maria de Filippi.
AAAHAHAHAH RISATE

Premetto che non l’ho visto di mia spontanea volontà. Non ero a casa mia e mi hanno costretto legandomi a una sedia. Tralasciando i dettagli da splatter-revenge movie di come sia finito a vederlo, a C'è posta per te c’era ospite Gabriel Garko – ovvio – ed era lì per presentare una delle mille fiction che interpreta a raffica manco fosse l’unico attore in Italia, e tra l'altro non ho ben capito cosa avesse a che fare Garko con la storia di turno. Storia di turno che raccontava di una tragedia con nonne malate terminali poi miracolosamente guarite e poi di nuovo malate terminali e a un certo punto mi sono perso perché era tutto troppo complesso per la mia debole mente.
La gente che guarda regolarmente questo tipo di programmi riesce a seguire tutti i passaggi di una vicenda così incasinata e poi se gli presenti davanti un film di Lynch o Kubrick o Malick non lo capisce. Cazzo, ma se riuscite a seguire ‘ste intricatissime storie dovreste minimo riuscire a conseguire una laurea al MIT a occhi chiusi, e poi non riuscite a capire un film di Kubrick? Davvero strano il mondo...
Nella prima vicenda della puntata c’era in pratica questa fiabetta sulla nipote e la nonna, con la nipote che aveva 30 anni e passa ma veniva trattata come una bimba di 6 circondata dai pupazzi quando lei avrebbe preferito essere circondata da un’altra cosa che fa rima con pupazzi. Nipote e nonna che si vogliono tanto tanto bene e non potrebbero vivere l’una senza altra, anche se io vorrei vedere poi dietro le quinte ciò che è successo per davvero. Secondo me la nipote ha campato la cara nonnina in fin di vita giù dalle scale ed è andata in bagno a farsi una sveltina e una striscia di coca con Garko, ma queste sono solo mie supposizioni.

Nella seconda vicenda di questa bellissima e appassionantissima puntata di C’è posta per te c’è stato posto per un melodrammone ancora più strappalacrime. La storia di un uomo che doveva essere talmente un pezzo di pane che tutte le sue mogli a un certo punto sono scappate via senza dirgli dove andavano, chissà perché? Una di queste numerose mogli ha portato via con sé anche il figlio, e l’uomo per decenni se n’è fregato di cercarlo. Fino a che un giorno, malato terminale in fin di vita – ovvio – ha scoperto l’esistenza del programma di Maria de Filippi e ha deciso di contattarli per rintracciare il figlio perduto, senza dover manco pagare un detective privato. Così Santa Maria, insieme ai suoi piccoli aiutanti, ha ritrovato il bambino, trasferitosi negli USA, scoprendo che oramai è diventato un omaccione italoamericano che sembra uscito dai Soprano. Alla fine, padre e figlio carramba! che sorpresa si sono ritrovati per la prima volta insieme, tra gli applausi e le lacrime del pubblico.

Perché diavolo vi ho raccontato tutto ciò?
Innanzitutto per rendervi complici di questa mia esperienza traumatica e farvi soffrire un po' quanto ho sofferto io, e poi perché la visione di Philomena mi ha riportato alla mente tutto ciò.

Philomena
(UK, USA, Francia 2013)
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: Steve Coogan, Jeff Pope
Ispirato al libro: The Lost Child of Philomena Lee di Martin Sixsmith
Cast: Judi Dench, Steve Coogan, Mare Winningham, Sophie Kennedy Clark, Barbara Jefford, Anna Maxwell Martin, Michelle Fairley
Genere: tv cinema del dolore
Se ti piace guarda anche: Una canzone per Marion, Saving Mr. Banks, Parto con mamma, Nebraska

La storia raccontata dal film, ispirata a un fatto realmente successo raccontato non da Maria de Filippi bensì da Martin Sixsmith nel suo bestseller The Lost Child of Philomena Lee, è abbastanza simile a quella di C'è posta per te. Una donna irlandese mega bigotta ha avuto un figlio da giovanissima e il bimbo è stato affidato a un convento di suore malefiche che l’hanno vendut… pardon dato in adozione negli Stati Uniti. 50 lunghi anni dopo la donna, Philomena, una Judi Dench che a me non è sembrata per nulla da Oscar, vuole ritrovarlo e in suo soccorso arriva un giornalista che fino ad allora non si era mai occupato di questo genere di storie di vita vissuta perché, ve lo dico con le sue parole:

Storie di vita vissuta è un eufemismo per articoli su persone stupide, vulnerabili e ignoranti con cui riempire giornali letti da persone ignoranti, stupide e vulnerabili.

"Scommetto che ti stai annoiando, ammettilo..."
"Andare in giro per cimiteri con una vecchia bigotta scassapalle?
E perché mai dovrei annoiarmi?"
Lo dice nel film Martin Sixsmith, interpretato da uno Steve Coogan così così, mica io.
Si può raccontare una storia di questo tipo senza (s)cadere nel facile pietismo alla Maria de Filippi?
Sì, si può, un film come Quasi amici è la dimostrazione che si possono toccare certi argomenti delicati in una maniera ironica e priva dei soliti stereotipi. La domanda più importante per quanto riguarda questo post invece è: Philomena ci riesce?
Secondo la critica mondiale, secondo l’Academy che l’ha nominato addirittura tra i migliori film dell’anno, e secondo gran parte degli amici blogger di cui ho letto pareri per lo più entusiastici sì. Un gigantesco sì.
Per quanto mi riguarda invece è un gigantesco mah, tendente al no.

Philomena non gioca troppo le armi della lacrima facile, di questo gliene do’ atto. È un film che io ho trovato anzi molto freddo. Pure troppo. Sarà che ho provato un’antipatia istintiva e viscerale nei confronti di questa Philomena. Non ci posso fare niente. A parte qualche accennato momento di apertura mentale, bigotta era all’inizio del film, bigotta rimane fino alla fine. Ed è pure appassionata di libri stile Harmony, ce le ha davvero tutte!
Ho provato invece una forte empatia nei confronti di Martin Sixsmith, nonostante per l’attore che lo interpreta, Steve Coogan, abbia sempre provato un’antipatia istintiva e viscerale, non so bene perché, non chiedetemelo. Il suo personaggio è quello di un giornalista ateo che odia le “storie di vita vissuta” alla Maria de Filippi. Martin e Philomena sono quindi due persone del tutto differenti che si trovano a dover viaggiare insieme, lui per raccontare a modo suo un tipo di vicenda che tanto non sopporta e lei per scoprire che fine ha fatto suo figlio. Tra i due si instaura un rapporto quasi genitoriale già visto in un sacco di altri film, dagli on the road recenti stile Nebraska e Parto con mamma fino, tornando più indietro nel tempo, a pellicole come In viaggio con papà o Dutch è molto meglio di papà.

"Questo Cannibal sarà anche quello che noi giornalisti seri chiamiamo un
blogger da strapazzo, però su di te Philomena non ha mica tutti i torti..."
Cos’ha questo Philomena in più rispetto alle decine, forse centinaia di film simili, in grado di portarlo a correre per gli Oscar?
Ditemelo voi, io non l’ho capito. Ho apprezzato la critica alle suore e al convento, sebbene fatta con il freno a mano sempre inserito da Philomena. Per il resto i due protagonisti non mi hanno certo sconvolto, le musiche di Alexandre Desplat sono belle ma regalano una patina favolistica fuori luogo per questa storia vera, ci sono due o tre momenti divertenti ma niente di così clamoroso rispetto ai soliti standard britannici, la regia di Stephen Frears mi è parsa di un piatto totale e, soprattutto, la parte drammatica non l’ho trovata così emozionante.
Un drammone strappalacrime ti deve far commuovere, come ad esempio il recente sottovalutato Una canzone per Marion, se invece non ci riesce vuol dire che con te ha fallito. Come un horror che non fa paura. Il problema comunque con buona probabilità non è tanto del film quanto mio, visto che il resto del mondo pare aver adorato Philomena. Sarò una persona cattiva io, ma a me è sembrata giusto una storia alla Maria de Filippi, realizzata in maniera professionale, curata e tutto e con dentro un paio di riflessioni non male sulla religione e pure sul giornalismo, però pur sempre una storia – Dio mio! – alla Maria de Filippi.
(voto 5,5/10)

"Il paragone con le storie di C'è posta per te dovrebbe essere un insulto?
Ma io adoro quel programma!"
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