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giovedì 15 giugno 2017

Aspettando i film che daranno sui Nerve questa settimana





Sarà un fine settimana decisamente cannibale, quello che sta per iniziare nei cinema italiani. Cosa che significa che qualche film parecchio adolescenziale e pure radical-chic sta per arrivare.
Tutti i sostenitori di Pensieri Cannibali or dunque comincino a esultare, e quelli del terribile White Russian del mio nemico Mr. James Ford comincino a tremare, perché codeste sono le pellicole in uscita.

Nerve
"Guarda Ford, ormai anche mia nonna è su Facebook. Manchi solo tu!"

martedì 15 dicembre 2015

Cotta adolescenziale 2015 - La Top 10





Quest'anno non si perde tempo. Niente countdown che dura per giorni e giorni. La classifica delle Cotte adolescenziali ve la beccate tutta in un colpo solo. Dopo aver visto gli “scarti”, ovvero i nomi che per poco non sono riusciti a entrare nella decina, ecco la Top 10 delle donne più belle, affascinanti, sexy del 2015 secondo questo blog.

Prima però, giusto per perdere un minimo di tempo altrimenti non sarebbe davvero Pensieri Cannibali, un ripasso con il palmares delle vincitrici degli anni passati:


domenica 12 ottobre 2014

AMERICAN HORROR STORY: BOWIE SHOW





American Horror Story: Freak Show
(serie tv, stagione 4, episodio 1)
Con la nuova, quarta stagione, American Horror Story ha finalmente gettato la maschera e mostrato la sua vera natura. Più che una serie tv qualunque, è un Freak Show. L'aspetto più importante della creatura di Ryan Murphy non è tanto la narrazione, quanto mettere in scena uno spettacolo di attrazione, un circo capace di far esclamare: “OOOH!” al pubblico. Il primo episodio ne è stato un esempio lampante. Quanto capiterà nel corso del resto della stagione non è ben chiaro, però si è trattato di uno show che ha messo vari singoli momenti e svariati personaggi bene in mostra. Vediamo quali.


lunedì 18 agosto 2014

SCUSI, CHI HA FATTO PALO (ALTO)?




Palo Alto
(USA 2013)
Regia: Gia Coppola
Sceneggiatura: Gia Coppola
Ispirato ai racconti di: In stato di ebbrezza di James Franco
Cast: Emma Roberts, Jack Kilmer, Nat Wolff, James Franco, Zoe Levin, Olivia Crocicchia, Claudia Levy, Bailey Coppola, Val Kilmer, Micah Nelson, Janet Jones, Christian Madsen, Margaret Qualley, Keegan Allen
Genere: indie teen
Se ti piace guarda anche: Skins, Kids, Bling Ring, Il giardino delle vergini suicide

Io ooodio i figli d’arte.
Odio di più i figli di puttana, ma odio anche i figli d’arte. Nella categoria figli d’arte ci faccio rientrare pure nipoti, pronipoti, fratelli, cugini e altri raccomandati di tipo vario.
Un’eccezione la faccio però per la famigghia Coppola, quella che dal patriarca Carmine Coppola, compositore e direttore d’orchestra, ha dato vita al padrino Francis Ford e a tutta una serie di altri talenti artistici. La mia adorata Sofia, innanzitutto. La Coppolina è riuscita a smarcarsi dal pesante cognome paterno per inventarsi uno stile indie-chic tutto suo e che ha influenzato parecchio il cinema hipster contemporaneo. Quindi Jason Schwartzman, simpatico attore che al solo guardarlo in faccia mi vien da ridere. Roman Coppola, regista del curioso per quanto non del tutto riuscito A Glimpse Inside the Mind of Charles Swan III, ma anche co-sceneggiatore di gioiellini di Wes Anderson come Moonrise Kingdom e Il treno per il Darjeeling. Poi ancora Robert Carmine, attore comparso qua e là e soprattutto leader della indie-pop band Rooney.



E inoltre c’è Nicolas Cage…
Va beh, avrà anche vinto un Oscar come miglior attore, però lui è un po’ la pecora nera della famiglia. Quello che, se anche una volta aveva un briciolo di talento, ormai l’ha sputtanato tutto recitando una serie di parti ridicole in una serie di filmucoli ridicoli. Comunque gli si vuole bene pure a lui. A lui e al suo parrucchino Antonio Conte style.

Io insomma ooodio i figli d’arte, ma amo i Coppola. La curiosità di vedere come se la cavava l’ultima della dinastia a fare il suo ingresso nel mondo del cinema era dunque altissima. Palo Alto è il debutto in alta società di Gia Coppola, classe 1987, una ragazza che chiama nonno Francis Ford, cugini Nicolas Cage e Jason Schwartzman e zietta Sofia.

Zia Sofia con Gia Coppola

Quest’ultima è quella a cui è più vicina per stile cinematografico. Palo Alto è un film molto sofiacoppoliano, eppure la giovanissima Gia riesce a distinguersi con una sua personalità e con un suo stile registico. Siamo dalle parti di un cinema indie molto hipster, radical-chic e fighetto, parecchio curato nella fotografia e nella scelta della colonna sonora, che comprende nomi cool come i sudafricani Die Antwoord e il cantautore canadese Mac DeMarco, più splendide musiche originali, che a tratti paiono una rilettura odierna di quelle di Angelo Badalamenti per Twin Peaks, composte opposta da Devonté Hynes, anche noto, almeno in ambito indie, con gli pseudonimi di Lightspeed Champion e Blood Orange.

"Faccio finta di ascoltare la colonna sonora indie del film
e invece mi sto sparando Justin Bieber a tutto volume, yeah!"

"Che emozione! Chissà cosa dirà Pensieri Cannibali del nostro film..."
Oltre a fotografia e musiche, molto sofiacoppoliani sono pure i personaggi, dei teen che sembrano una versione ai nostri giorni dei protagonisti de Il giardino delle vergini suicide o di Marie Antoinette, o dei vicini di casa un pochino meno glamour di quelli del Bling Ring. La protagonista Emma Roberts vive poi un amore con un uomo più anziano che è lontano parente di quanto visto in Lost in Translation. Sono inoltre presenti il tema della solitudine, il sentire di non appartenere a nessun posto e la confusione adolescenziale tipiche dell’opera di Sofia Coppola. Qualcuno può anche dire che è una pellicola che non va da nessuna parte, che gira in tondo come Stephen Dorff in Somewhere. Forse è vero.



"Emma, lo sai che sei proprio una pretty woman?"
"James, sta frase da rimorchio funzionerà con quella battona
di mia zia Julia, certo non con me."
Allo stesso tempo, Gia Coppola cerca una strada sua con questo debutto che, per quanto acerbo e derivativo, possiede un fascino particolare. Se zia Sofia con Bling Ring pareva guardare i giovani protagonisti da lontano, prendere le distanze da loro, Gia dall’alto dei suoi 27 anni pare ancora molto vicina ai teen che popolano Palo Alto, cittadina californiana della San Francisco Bay Area. Prendendo ispirazione da alcuni racconti di James Franco, che ovviamente non manca di comparire nel film, l’ultima (per ora) dei Coppola disegna una pellicola che non scimmiotta gli altri Sundance movie contemporanei, ma va a caccia di una sua identità. Un’identità non ancora trovata del tutto, visto l’affiorare dei riferimenti ai lavori della zietta, di omaggi a Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze come notato dal blog Non lo so adesso, così come qua e là sembra di assistere a una versione più soft dei kids di Larry Clark e Harmony Korine, o a dei parenti americani di quelli della serie britannica Skins.

Non sarà niente di nuovo, non sarà niente di mai visto prima, non sarà del tutto a fuoco, però il primo film di Gia Coppola ha una qualità che a un buon esordio non deve mai mancare: la freschezza. Una dote che mi fa dimenticare come questo sia comunque il film di una figlia, o meglio di una nipote d’arte, in cui svettano figli e parenti d’arte pure nel cast: Emma Roberts, figlia di Eric e nipote di Julia, ma che ormai è una star capace di brillare di luce propria, e l’esordiente totale Jack Kilmer, figlio di Val, pure lui presente in un piccolissimo ruolo. In pratica, questa è l’apoteosi del cinema fatto dai figli di, eppure io l’ho adorato dal primo all’ultimo fotogramma.
Che mi sta succedendo?
Mi sa che i figli d’arte non li ooodio più.
(voto 7,5/10)

domenica 13 luglio 2014

THE WINNING SEASON, UN FILM PER LOSERS




The Winning Season
(USA 2009)
Regia: James C. Strouse
Sceneggiatura: James C. Strouse
Cast: Sam Rockwell, Emma Roberts, Rooney Mara, Emily Rios, Rob Corddry, Jessica Hecht, Connor Paolo, Margo Martindale
Se ti piace guarda anche: Friday Night Lights, Coach Carter, Voglia di vincere

Rooney Mara: “Cos’è un culo a cipolla?”
Sam Rockwell: “È un culo che ti fa venire la lacrime agli occhi”.

E adesso un’altra domanda: cosa rende una squadra, una squadra vincente?
E cose rende un film, un film vincente?
Dei grandi singoli possono essere determinanti, eppure il segreto sta tutto nell’alchimia, nel gioco di squadra. Non basta un Messi per vincere, così come al cinema da soli non sono sufficienti un Nicolas Winding Refn o una Natalie Portman, sebbene io una Natalie Portman in squadra la prenderei sempre. Per arrivare fino in fondo e alzare la coppa serve qualcosa di più. Serve un team.

La squadra messa in campo dal film The Winning Season è di buon livello. C’è Sam Rockwell, attore spesso sottovalutato, anche dal sottoscritto, che qui dimostra di essere davvero bravo e convincente nella parte del loser, vestendo i panni dell’ex stella del basket liceale precipitato non in una stalla ma a fare l’allenatore di una squadretta di basket liceale. Una squadretta femminile. E il basket femminile, così come il calcio femminile da noi in Italia, non se lo caga nessuno.
Nella squadretta che allena Sam Rockwell ci sono un paio di star. Non star della pallacanestro, bensì del cinema. Una è Emma Roberts, pretty nipotina della woman Julia: una ragazzina pallida come la neve e secca come un fusciello che è l’esatto opposto di ciò che uno immagina quando pensa al basket, ovvero qualcuno più delle sembianze di Shaquille O’Neal. Eppure la squadretta dovrà contare su di lei, se vuole vincere qualche partita. Sam Rockwell, sei davvero in buone mani!
L’altra star è Rooney Mara. Lei probabilmente la ricorderete nei panni della bad girl Lisbeth Salander dell’Uomini che odiano le donne versione David Fincher. Qui però è decisamente meno cazzuta e più ragazzina liceale innocente e pure lei antitesi della giocatrice di basket ideale.

Un bel cast, quindi, a cui si aggiunge pure una bella storia. Una storia sportiva classica di una squadra di perdenti che, contro ogni pronostico, riuscirà a trovare la sua strada e incasellare una vittoria via l’altra…
Niente di nuovo o di mai visto, però è ben raccontata, sa come prendere lo spettatore e metterlo vicino vicino ai suoi personaggi, in particolare all’allenatore misogino e scontroso, ma in fondo in fondo in fondo in fondo in fondo in fondo pure lui dal cuore tenero. Ma in fondo in fondo in fondo in fondo.

Un film vincente, quindi?
Direi proprio di no. Questa è una storia di loser che rimangono fondamentalmente loser. Ed è così in empatia con i suoi protagonisti da rendersi un film loser esso stesso.
La regia del rookie James C. Strouse è decisamente piatta e non si segnala in alcun modo. Si limita a seguire in maniera diligente la vicenda raccontata. La sceneggiatura tratteggia bene i personaggi e fornisce assist a ogni componente del team da buon playmaker, e questo è un bene, però al contempo rimane un po’ troppo meccanica e legata al seguire partita per partita il campionato delle ragazze, e questo è un male. Per essere un campionato di basket liceale femminile è anche reso in maniera piuttosto avvincente, ma resta pur sempre un campionato di basket liceale femminile… Un po’ come Un anno da leoni, per quanto meglio del previsto, resta sempre un film su gente che fa bird-watching. Ovvero non proprio il massimo dell’interesse.
È allora un film perdente, alla fine, questo The Winning Season. Ma è anche una di quelle squadre che sai che non vinceranno mai e nonostante questo, o forse proprio per questo, non puoi fare a meno di tifare per loro. Una di quelle squadre che guardi perdere, ma sai che hanno dato tutto per perdere in una maniera così perdente.
(voto 6/10)

giovedì 10 aprile 2014

WILD CHILD, BIMBAMINKIA SELVAGGIA




Wild Child
(USA, UK, Francia 2008)
Regia: Nick Moore
Sceneggiatura: Lucy Dahl
Cast: Emma Roberts, Alex Pettyfer, Kimberley Nixon, Georgia King, Natasha Richardson, Juno Temple, Sophie Wu, Shirley Henderson, Nick Frost, Aidan Quinn, Lexi Ainsworth, Linzey Cocker, Shelby Young, Johnny Pacar
Genere: bimbominkioso
Se ti piace guarda anche: L’altra metà dell’amore, Ragazze a Beverly Hills, Mean Girls, Pretty Little Liars

Dopo Wild Boys dei Duran Duran, ecco a voi parecchi anni dopo… Wild Child.
Nei panni della Wild Child troviamo Emma Roberts che, insomma, tanto child non è, almeno non più. Wild invece sì. Parecchio. Immaginatevi un incrocio tra Paris Hilton e Lindsay Lohan ma ancora più festaiola, un po' meno fatta però più scatenata. Una ragazzina americana viziata e dedita alla bella vita che, dopo averne combinata una più grossa del solito, viene spedita dal papi dritta in un collegio inglese. Un collegio per sole ragazze di quelli in mezzo alla campagna in una dimora che sembra Downton Abbey. ‘Nammerda, in pratica. O anche a shit, per dirla con gli amici inglesi. Dalle stelle alle stalle, la nostra wild child poco child e molto wild all’inizio avrà vita dura nel collegio. Le sequestrano l’iPhone che tanto non può usare perché in campagna non c’è campo, ha un accesso limitatissimo a Internet e deve vestirsi con la divisa scolastica dell'istituto che nel film viene vista come una roba da sfigati, mentre in realtà ha il suo che di sexy. Perlomeno se a indossarla sono Emma Roberts e Juno Temple.


Come in ogni pellicoletta adolescenziale/di formazione che si rispetti, dopo le prime difficoltà con la mean girl della scuola di turno, la nostra wild child naturalmente si farà qualche amichetta e, altrettanto naturalmente, scatterà pure del tenero tra lei e l’unico wild boy che può frequentare l’istituto, ovvero il figlio della preside che, ancor più naturalmente, non è un nerd con gli occhialetti alla Harry Potter, ma è un bonazzo che pare uscito da un catalogo di Abercrombie. Sto parlando di Alex Pettyfer, quello che a Hollywood stanno provando in tutti i modi a trasformare in un divo con film come Sono il numero quattro, Beastly e Magic Mike, ma ancora non ci sono riusciti e chissà se ci riusciranno mai.


"Qui non c'è Internet! Come faccio a controllare Pensieri Cannibali?"
In Wild Child ci sono dunque il più o meno lanciato Alex Pettyfer e la ultra lanciata Emma Roberts, che di recente si è vista in parecchi film tra cui Come ti spaccio la famiglia e in più in tv in American Horror Story: Coven. Ma non è finita qui. Il cast di contorno della pellicola è di buon livello, con la pure lei più che lanciata Juno Temple, Georgia King avvistata nella serie tv The New Normal, Kimberley Nixon della serie UK Fresh Meat, e pure alcune presenze British garanzia di quality come Natasha Richardson e Shirley Henderson (Trainspotting e Il lercio).
Un cast valido pieno di sgallettate, più un tocco britannico che riesce a tenere lontano l’odore di americanata, pur presente, fanno di questo Wild Child un film tutt’altro che imprescindibile, ma se non altro una visioncina leggera leggera, buonista un po’ troppo per i miei gusti eppure non sdolcinatissima al 100%.
Riassumendo: se siete patiti di stronzate bimbominkiose (come me) e/o siete neo fan della neo divetta Emma Roberts (come me), un’occhiata potete dargliela, miei cari wild cannibal children. Altrimenti continuate pure ad astenervi in maniera altrettanto wild.
(voto 6/10)

"Eccola qua, la recensione cannibale. Beh, poteva anche sprecarsi un po' di più..."

sabato 1 febbraio 2014

AMERICAN HORROR STORY: IL COVEN DELLE STREGHEN




American Horror Story: Coven
(Serie tv, USA 2013-2014)
Rete americana: FX
Reti italiane: Fox, Deejay Tv
Creata da: Ryan Murphy, Brad Falchuk
Cast: Jessica Lange, Sarah Paulson, Taissa Farmiga, Emma Roberts, Gabourey Sidibe, Jamie Brewer, Lily Rabe, Kathy Bates, Denis O’Hare, Evan Peters, Angela Bassett, Danny Huston, Josh Hamilton, Patty LuPone, Lance Redick, Grey Damon, Alexandra Breckenridge, Stevie Nicks
Genere: stregonesco
Se ti piace guarda anche: The Secret Circle, Le streghe di Eastwick, Witches of East End, Streghe
(voto 7-/10)

Tremate, tremate, queste streghe sono delle figate.
American Horror Story: Coven è la versione perfida di Harry Potter, la versione figa de Le streghe di Salem, un The Secret Diaries + Streghe + Le streghe di Eastwick + Sabrina vita da strega + Willow di Buffy all’ennesima potenza. Una magia che vi fa rimanere incollati allo schermo chiedendone ancora! ancora!

Bene, questo è l’entusiasmo scatenato dalla visione del primo episodio. Il resto della stagione è stato invece via via sempre meno entusiasmante, per poi riprendersi con un finale che ha chiuso la vicenda delle streghette fighette in maniera magari non del tutto sorprendente ma comunque efficace e coerente.
Il problema di American Horror Story è sempre quello: parte a mille e finisce a mille, peccato che in mezzo inserisca di tutto e di più, finendo volentieri per perdersi in mezzo a tante idee e tanti personaggi. Se la prima stagione Murder House procedeva tra alti e bassi, la seconda Asylum era quella più equilibrata, con pochi episodi riempitivo (qualcuno però era comunque presente), e finora è anche quella che complessivamente possiamo considerare più riuscita. La terza stagione Coven è tornata a parlare il linguaggio della prima, con alcune puntate davvero esaltanti e divertenti, altre piuttosto inutili.
Insomma: c’è stato di che godere, nel corso della visione del Coven, ma allo stesso tempo resta addosso un pizzico di delusione perché non tutte le ottime premesse iniziali sono state portate a compimento da Ryan Murphy e dai suoi amichetti sceneggiatori della serie.
Tra alti e bassi, vediamo cosa ha funzionato di più e cosa di meno in questa American Horror Season con i miei personali Top e Flop.

TOP

Emma Roberts
È stata lei la streghetta più stronzetta della stagione, superando persino la Suprema Jessica Lange. Bitch witch.


Jessica Lange
Per quanto si sia fatta bagnare il naso dalla novellina Emma Roberts, pure lei c’ha regalato dei bei momenti. Meglio ancora: dei momenti supremi.


Il primo episodio
L’inizio di stagione è stato una bomba totale. Peccato solo che poi l’intera stagione non si sia mantenuta sugli stessi livelli…

L’ultimo episodio
Dopo l'ottimo pilot, il livello è caduto sempre più giù fino all’ultimo episodio che invece si è ripreso grazie alle sfide “Seven Wonders”, una versione stregonesca e in stile talent-show delle 12 fatiche di Asterix Ercole, e una degna, degnissima chiusura del cerchio per tutti i protagonisti della stagione o quasi.

Gabourey Sidibe e Jamie Brewer
Partite un po’ in sordina, le loro Queenie e Nan si sono rivelate delle witches oltre che singolari anche molto cazzute. Brave.


Balenciaga
Se si prende il titolo della serie alla lettera, American Horror Story può rivelarsi una delusione. Di horror nel senso di pauroso non è che ci sia molto. Il primo episodio della prima stagione era parecchio teso, per il resto non è che la faccia fare sotto dalla paura. American Horror Story è più una serie divertente che spaventosa e le battute e i riferimenti alla pop culture, così come alla moda (vedi alla voce Balenciaga), sono il tocco di classe in pieno stile Ryan Murphy che rendono ogni episodio, anche quelli più spenti, un bello spasso da vedere.



Stevie Nicks
Come in passato, anche quest’anno la colonna sonora di AHS ci ha regalato delle ottime cose. Stevie Nicks e i suoi Fleetwood Mac hanno monopolizzato forse un po’ troppo la soundtrack, però canzoni come “Seven Wonders”, “Rihannon” ed “Edge of Seventeen” sono suonate davvero perfette, così com’è stata spettacolare la metamorfosi dell’ottima Lily Rabe in sosia della Nicks da giovane.


E se invece le protagoniste del Coven fossero delle cantanti della scena pop attuale? Ecco qua un’immagine scovata in rete (grazie al sempre ottimo Baingiu), in cui viene suggerita qualche ipotesi. Sebbene io come Emma Roberts puttanpop della situazione avrei scelto Miley Cyrus.


Sarah Paulson
Dopo l’exploit nell’Asylum, questa stagione Sarah Paulson è apparsa a tratti sottotono e attapirata. Ma pure lei e il suo personaggio hanno saputo regalarsi e regalarci delle soddisfazioni e alla fine non posso fare a meno di inserirla tra le top witches.




FLOP

Taissa Farmiga ed Evan Peters
I loro personaggi sono la rappresentazione perfetta di cosa è andato storto in questa stagione. Partiti alla grandissima, con una storia che sembrava una versione strega + zombie di Romeo + Giulietta, si sono persi per strada e, da protagonisti quali parevano essere, sono passati a ricoprire un ruolo da comprimari piuttosto dimenticabili.


Kathy Bates
Kathy Bates nelle vesti della perfida razzista Delphine LaLaurie è stata parecchio inquietante, soprattutto nelle prime puntate. Poi il suo personaggio si è anch'esso ammosciato parecchio, così come il tema della schiavitù non è stato approfondito più di tanto.

Angela Bassett
La sua Marie Laveau sembrava dovesse spaccare il mondo e invece è rimasta sempre piuttosto in ombra e persino la supersfida tra le due congreghe di streghe black VS white si è trasformata in una bella delusione.


Episodi riempitivo
Troppi, troppi, troppi questa stagione. Troppi.

Denis O’Hare
Spalding poteva essere il personaggio cult della stagione. Invece è rimasto solo la copia poco divertente del maggiordomo di Scary Movie 2. Involontariamente ridicolo.


Danny Huston
Altro personaggio buttato via piuttosto che no: Axeman, il jazzista serial killer che sembrava dovesse affettare l’intera stagione e che invece si è rivelato solo di una noia mortale. Una noia che un certo altro personaggio dovrà sopportare solo per l’eternità...
Quanto alla quarta stagione di AHS, cambierà di nuovo tutto e sembra sarà ambientata negli anni '50. Si preannuncia un ritorno alle atmosfere retrò dell'Asylum?

domenica 8 dicembre 2013

COTTA ADOLESCENZIALE 2013 – N. 11 EMMA ROBERTS



Emma Roberts
(USA 1991)
Genere: streghetta fighetta stronzetta
Il suo 2013: è una delle streghette della serie American Horror Story: Coven, ha fatto la spassosa commedia Come ti spaccio la famiglia, ha avuto la parte di una popstar simil-Ke$ha nella pellicola indie Separati innamorati e ha girato l'action Empire State con The Rock (Ford, almeno tu l'hai guardato?), in attesa di vederla pure in Palo Alto di Gia Coppola.
Se ti piace lei, ti potrebbero piacere anche: Julia Roberts, Chloe Grace Moretz, Hannah Murray, Shenae Grimes, Megan Park
È in classifica: perché sembra la versione stronzetta di sua zia Julia.
Il suo discorso di ringraziamento: "Julia Roberts e Jennifer Aniston, vi ho battute entrambe, brutte tardone!"


Dicono di lei su
Tetter
Julia Roberts @pretty_woman67
Certo che la mia nipotina @Emma_Roberts in #AHSCoven è proprio una bitch. E ve lo dice una diventata famosa con #PrettyWoman.




sabato 26 ottobre 2013

SEPARATI INNAMOLLATI




Separati innamorati – Celeste and Jesse Forever
(USA 2012)
Titolo originale: Celeste and Jesse Forever
Regia: Lee Toland Krieger
Sceneggiatura: Rashida Jones, Will McCormack
Cast: Rashida Jones, Andy Samberg, Ary Graynor, Eric Christian Olsen, Elijah Wood, Emma Roberts, Will McCormack, Rebecca Dayan, Chris Messina, Janel Parrish
Genere: fine di una storia
Se ti piace guarda anche: Blue Valentine, Take This Waltz, Juno, 5 anni di fidanzamento, Ruby Sparks, Nick & Norah – Tutto accadde in una notte

Celeste e Jesse sono la coppia perfetta. Stanno insieme dai tempi del liceo, cioè da sempre, sono affiatatissimi, ridono ancora per le cavolate l’uno dell’altra, cantano insieme le canzoni di Lily Allen, in particolare la splendida “Littlest Things”, e davvero non si riuscirebbe a immaginarli separati.
Celeste e Jesse sono la coppia perfetta. L’unico problema è che sono separati da sei mesi, stanno per divorziare e ciò nonostante continuano a frequentarsi, fanno ancora tutto insieme e lui vive nella dépendance (non è il nome di un nuovo ballo) di lei. Il loro è un rapporto malato, oppure stanno solo affrontando al meglio la fine della loro relazione?

Celeste and Jesse Forever sembra la classica pellicola sulla conclusione di una storia d’amore, sulle conseguenze del lasciarsi, sul cercare di andare avanti e in parte lo è. Soprattutto nella prima parte. Un’autopsia di un amore realizzata in una maniera più leggera e meno drammatica rispetto ad esempio a un Blue Valentine. Ma il film è anche qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa di più. A un certo punto viene lasciato un po’ da parte il personaggio di Jesse, quello che sembrava l’elemento debole della relazione e che invece ATTENZIONE SPOILER è il primo a voltare pagina, e ci si concentra soprattutto su Celeste. Lei che sembrava l’elemento forte della coppia, in realtà è quella che troverà più difficolta ad andare avanti e a dimenticarlo. FINE SPOILER

La colazione dei campioni.
Lo stile è molto indie, tutto in questa pellicola grida “Hipster!” ad alta voce, quasi fossimo dentro a un disco de I Cani, ma poco a poco il film cresce sempre di più e rivela una notevole profondità. Siamo dalle parti delle pellicole fatte apposta per sfilare al Sundance (nemmeno questo è un nuovo ballo), da qualche parte tra Juno e Ruby Sparks, e ancor di più il recente meraviglioso Take This Waltz, eppure Celeste and Jesse Forever riesce a mantenere una sua personalità. Merito di due ottimi protagonisti, quel facia da pirla che al solo vederlo fa morir dal ridere di Andy Samberg, quello di Hot Rod nonché membro del gruppo di comici The Lonely Island nonché attuale protagonista della funny serie Brooklyn Nine-Nine, e soprattutto Rashida Jones, attrice cresciuta nelle serie The Office US e Parks and Recreation. Si vede che Rashida sente particolarmente il suo personaggio, non a caso ha co-scritto la sceneggiatura insieme all’altro attore Will McCormack, qui presente nel piccolo ruolo di un piccolo spacciatore di marijuana. Perché, volevate forse che in una pellicola indie americana mancasse la marijuana?
Celeste and Jesse sono due personaggi costruiti in maniera molto accurata e intima. Non è come se li vedessimo sfilare su uno schermo, ma è quasi come se li conoscessimo di persona. O, almeno, questa è l’impressione che hanno fatto a me. Mi sono ritrovato tantissimo in entrambi i protagonisti, sia in lui, nella sua attitudine da cazzaro nullafacente e immaturo, sia in lei, esperta di pop culture e pseudo scrittrice con l’attitudine a criticare tutto e tutti. Perché, ebbene sì, se non l’avevate ancora capito leggendo il mio blog, io adoro criticare tutto e tutti. Raramente allora mi è capitato di immedesimarsi così tanto non solo in uno, bensì in due personaggi del medesimo film. Questo è un piccolo miracolo indie, e non è manco ancora Natale.

"Cannibal mi ha dedicato appena due parole in croce, ma stiamo scherzando?"
A completare lo splendido cast, tutto molto hipster of course, in una serie di piccoli ruoli ritroviamo inoltre Chris Messina (The Mindy Project, The Newsroom, Damages, Ruby Sparks e un miliardo di altre cose), Ari Graynor (Lo spaventapassere, Nick & Norah), Elijah Wood nei panni di una specie di parodia del solito amico gay di turno, Janel Parrish (la Mona di Pretty Little Liars) e una sempre più notevole e versatile Emma Roberts che fa una popstar simil Ke$ha.

Celeste and Jesse Forever è una commedia dalle tinte leggermente drammatiche e riflessive, ma pur sempre una commedia, e, se non si era capito, è un film da non perdere. Almeno per gli appassionati del cinema indie. Quello sì un po’ hipster, un po’ fighetto, eppure in grado di consegnarci dei personaggi sfaccettati come invece capita di rado di vedere nel cinema mainstream. Quello sì che Julia Roberts e Katherine Heigl si sognano la notte.
Il film lo potete trovare sottotitolato altrimenti, anche se non è mai arrivato nei nostri cinema, credo sia uscito direttamente per il mercato home-video o forse addirittura per la pay-tv con il solito titolo scemo italiano, Separati innamorati, che comunque rende abbastanza bene il rapporto tra i due protagonisti. Sebbene io avrei tenuto il titolo originale: Celeste and Jesse 4eva, bitches!
(voto 7+/10)



lunedì 16 settembre 2013

COME TI SPACCO LA FAMIGLIA




Come ti spaccio la famiglia
(USA 2013)
Titolo originale: We’re the Millers
Regia: Rawson Marshall Thurber
Sceneggiatura: Bob Fisher, Steve Faber, Sean Anders, John Morris
Cast: Jason Sudeikis, Jennifer Aniston, Emma Roberts, Will Poulter, Ed Helms, Nick Offerman, Kathryn Hahn, Molly C. Quinn, Ken Marino, Laura-Leigh, Tomer Sisley, Matthew Willig, Thomas Lennon, Mark L. Young
Genere: famigliare
Se ti piace guarda anche: Vita da camper, Parto con mamma, Io sono tu, Parto col folle

Partiamo da lui. Uno spacciatore di bassa lega interpretato da Jason Sudeikis. Un Jason Sudeikis che finalmente mi ha convinto in pieno, dopo una serie di prove scialbe in cui lo confondevo con Ed Helms di Una notte da leoni, pure lui qui presente, nelle vesti del suo boss.


Quindi abbiamo lei. Jennifer Aniston che fa la stripper strappona più sexy che mai e poi si trasforma in una MILFona più sexy che mai.


Poi è la volta di quell'altra. Una ragazzina ribelle senzatetto scappata di casa resa da una Emma Roberts tanto bimbominkia skazzata skizzata quanto skatenata.


Infine lui. Un ragazzotto sfigatello e ingenuamente genuinamente naïf (ma quanto mi piace usare la parola naïf con i due puntini sulla i?), portato sullo schermo dal mai visto prima giovane attore rivelazione e facia da pirla Will Poulter.

"Aiuto, queste due bruttone stanno cercando di stuprarmi!"

Un momento. Chi sono questi fab 4?
Sono i Miller, come annuncia il titolo originale della pellicola, We’re the Millers. Se oltre al Fantacalcio esistesse un Fantacinema, io li acquisterei tutti e 4. La pellicola arrivata sul nostro suolo con il solito titolo scemo spacciato per titolone divertente, ovvero Come ti spaccio la famiglia, funziona e se funziona è proprio per merito di 4 personaggi talmente male assortiti, da risultare bene assortiti una volta insieme. Cosa porta questi 4 disadattati a unire le loro forze manco fossero i Fantastici 4?
Lo spacciatore Jason Sudoku Sudeikis si ritrova con la merda fino al collo perché deve dei soldi al suo boss. Questi allora gli propone in cambio un “lavoretto” semplice semplice: smerciare 2 tonnellate di marijuana dal Messico agli Stati Uniti. Come fare a passare il confine senza risultare degli individui sospetti? Al Sudeikis viene in mente di spacciarsi per un insospettabile padre di famiglia con tanto di desperate housewife e figlioletti al seguito. E così decide di ingaggiare per il compito la sua vicina di casa spogliarellista, il suo vicino di casa nerd e la giovane senzatetto che bazzica dalle sue parti.

"Una commedia che fa ridere? Ma che è, una battuta?"
Questa è la storia della nascita di questa famiglia di supereroi. Supereroi? Intendevo superspacciatori. Uno spunto di partenza che sembra richiamare serie tv come Weeds e Breaking Bad, invece no. Lo sviluppo è da classica commedia americana on the road degli ultimi anni, cosa che fa temere il peggio. Vengono infatti in mente cose non proprio fenomenali come Parto col folle o il recente pessimo Io sono tu. A livello puramente di trama in effetti siamo da quelle parti, storiella criminale deboluccia compresa. Solo che ‘sta volta capita una cosa inaspettata: Come ti spaccio la famiglia fa ridere. Fa davvero ridere.
Come ti spaccio la famiglia e L’evocazione – The Conjuring sono stati i due successi a sorpresa del botteghino estivo americano. Perché? Non perché siano pellicole rivouzionarie o chissà quanto originali, ma perché semplicemente fanno il loro dovere. Il primo è una commedia che diverte, il secondo è un film dell’orrore che spaventa. Tutto qui. Può sembrare scontato, può sembrare ovvio, invece non lo è, almeno a guardare la gran parte del resto del panorama delle comedy e degli horror americani degli ultimi anni, che al massimo fanno spavento come commedie e ridere come horror, quando dovrebbe essere il contrario.

"Questo film è davvero divertente.
Per una volta Cannibal non dice una fregnaccia, mi sento male!"
L’umorismo di Come ti spaccio la famiglia è ricco di riferimenti alla pop e hip-hop culture (Flanders, Eminem, Marky Mark Wahlberg, Snoop Dogg, Oprah Winfrey…) ed è molto cattivo, politically incorrect e sessualmente esplicito. Volgare? Se proprio volete fare i bacchettoni sì, un pochino, ma non è un volgare da sbocco come Comic Movie. È semmai un film che gioca con gli stereotipi dei family movies, classica scena della famigliola felice che canta in auto compresa ("Waterfalls" delle TLC, per la cronaca), per sfotterli allegramente. Come si può immaginare, un pizzico di buonismo e qualche strizzatina d’occhio ai valori famigliari alla fine emergono pure qui. Siamo pur sempre dentro una commedia americana mainstream il cui compito è sì di far ridere, ma anche di riempire i multiplex proprio con quelle stesse famiglie che in vacanza vanno in camper che prende per i fondelli.

Cinematograficamente non è certo un capolavoro, anche se c’è un momento simpatico in cui Jason Sudeikis guarda in camera, rompendo la quarta parete come Jean-Paul Belmondo in Fino all’ultimo respiro. Le cose importanti per una commedia come questa sono però altre: Jennifer Aniston impegnata in un paio di scene di strip, innanzitutto, anche se purtroppo non fa intravedere manco mezza tetta. Una scena di un tipo (non vi svelo chi) che si limona Emma Roberts e Jennifer Aniston contemporaneamente. E poi un’altra scena in cui una donna palpa le tette a Jennifer Aniston. Queste sono le cose importanti.
Scene sexy con Jennifer Aniston a parte, ci sono poi le risate. Tante. Finalmente una commedia americana che fa ridere, dall’inizio alla fine. Persino sui titoli di coda. No, non è un sogno. Durante la visione mi sono dato più volte dei pizzicotti sul braccio fino quasi a sanguinare e posso confermare che non si tratta di un sogno. È un miracolo!
(voto 7/10)



martedì 13 agosto 2013

GOSSIP KIDS




"Uff, da quando Gossip Girl è finito, non mi chiama più nessuno per lavorare..."
Twelve
(USA, Francia 2010)
Regia: Joel Schumacher
Sceneggiatura: Jordan Melamed
Tratto dal romanzo: Twelve di Nick McDonell
Cast: Chace Crawford, Emma Roberts, Rory Culkin, Emily Meade, 50 Cent, Esti Ginzburg, Philip Ettinger, Billy Magnussen, Zoë Kravitz, Ellen Barkin, Cody Horn, Nico Tortorella
Genere: good kids gone bad
Se ti piace guarda anche: Alpha Dog, Black & White, Kids, Gossip Girl, Slevin

"Veramente non ti chiamava nessuno manco prima, gossip boy. Ahah!"
Twelve non è la storia di un dodicenne, così come il titolo lascerebbe presupporre. Twelve è il nome della droga che assume il ruolo di protagonista o quasi della vicenda. Le droghe possono essere delle grandi protagoniste cinematografiche, si veda in proposito l’eroina letteralmente eroina di film come Trainspotting e I ragazzi dello zoo di Berlino, o l’NZT di Limitless.
Droga a parte, il protagonista “umano” del film è invece White Mike, un ragazzo che dopo la morte della madre malata di cancro si dà allo spaccio. White Mike non si droga, nemmeno beve, nemmeno s’è mai fumato una sigaretta. Eppure decide che quella dello spacciatore è per lui la professione giusta, nel mezzo del cammin della sua giovane vita. White Mike è il fornitore fantasma della gioventù ricca dell’Upper East Side di New York.
In pratica questa è, o almeno dovrebbe essere, una sorta di versione tossica di Gossip Girl. Non è certo un caso allora che nei panni del protagonista White Mike troviamo Chace Crawford, quel fesso di Nate Archibald in Gossip Girl. Dico fesso, perché era uno di quei personaggi che all’inizio promettevano bene, e poi se n’è andato a farsi benedire, così come tutto il resto della serie, peggiorata di stagione in stagione e diventata ‘na roba sempre più ridicola. Poi finalmente, qualche mesetto fa, Gossip Girl è terminato e Hallelujah! è l’unica parola - gridata a squarciagola - che mi viene in mente per celebrare un’occasione del genere.
Anche all’infuori della serie che gli ha dato la fama, comunque, Chace Crawford come attore è ancora molto limitato e non riesce a regalare un grande spessore al suo tormentato personaggio. C'era da aspettarselo.

"Ma che palle, sono l'unica in lutto per la fine di Gossip Girl?"
Molto Gossip Girl anche una delle protagoniste femminili, la classica ragazzina ricca e viziata che si dà al Twelve per uscire dalla perfezione della sua impeccabile vita. L’attrice che la interpreta, Emily Meade, assomiglia molto a Leighton Meester, la mitica Blair Waldorf dello stesso Gossip Girl, ed è un volto da tenere in considerazione, visto che la ragazza non solo è parecchio bella ma pure brava. Il suo è un volto tra l’altro già apparso (sfigurato) nella prima stagione di Boardwalk Empire, così come nell’horrorino di Wes Craven My Soul to Take, di cui sono tra i pochi e forse unici al mondo a non averne parlato male.
Nel cast variegato della pellicola figurano anche un 50 Cent che è meglio se torna a fare il rapper perché a recitare è una scarpa, uno dei Culkin a caso, Rory, la sempre brava Emma Roberts e la giovane modella gnoccolona Esti Ginzburg.

Se gli attori, chi più chi meno, se la cavano ancora, a non convincere per nulla è la regia di Joel Schumacher, uno che come Michael in Formula 1 ha continuato a correre a lungo, ma non più con i risultati di un tempo. Con un’enorme differenza tra i due: Michael Schumacher, per quanto mi sia sempre stato sulle balle, è stato un indiscutibile campione, uno dei più grandi della Formula 1, se non altro per continuità nelle vittorie, di certo non per simpatia o umanità (perché, Michael Schumacher è umano?). Joel Schumacher un campione invece non lo è mai stato. Ha fatto qualche film decente, in carriera, ma soprattutto un sacco di porcate varie. Di recente poi è finito a filmare davvero di tutto, un po’ come Nicolas Cage (non a caso incontrato sul set del pessimo Trespass).

"Hey yo, 50, bella lì, come butta uomo?"
"Ma sta zitto, ragazzino bianco, e dammi la droga!"
E così lo Schumi regista si è cimentato pure con questo film teen-drogato tratto dal romanzo d’esordio di Nick McDonell, uno scrittore che ai tempi della realizzazione di questa sua opera prima aveva appena 17 anni. Non ho letto il romanzo in questione, ma l’impronta letteraria si sente in maniera prepotente, se non altro per la continua voce fuori campo presente di un narratore onnisciente. Voce che, sebbene in originale sia di Kiefer Sutherland, alla lunga risulta fastidiosa e se ne fa un uso eccessivo, troppo letterario e poco filmico. L’impressione, così come per altre pellicole tratte di recente da libri cult o pseudo cult come Un giorno questo dolore ti sarà utile e Molto forte, incredibilmente vicino è che si sia rimasti troppo fedeli alle parole stampate su carta e non si sia riusciti a renderle in una maniera davvero cinematografica.
Schumacher per pigrizia ha preferito affidarsi alle parole di un narratore, piuttosto che cercare di raccontare la vicenda attraverso qualche espediente visivo. E la regia come detto è proprio il punto più debole, si vedano in proposito le pessime scene più dopate e visionarie, che in mano a un Aronofsky o a un Lynch possiamo solo immaginarci che figata allucinogena sarebbero state.
Anche se i registi ideali per una pellicola del genere sarebbero stati Larry Clark (Kids, Ken Park, Bully) o il suo amichetto Harmony Korine (Gummo e Spring Breakers). Al loro confronto, quella di Twelve è una versione ripulita e glamour delle vite così belle eppure così disperate di un gruppo di ragazzini privilegiati dell’elite americana. Quelli i cui problemi maggiori sono la scelta di una Porsche al posto di una Lamborghini, oppure decidere se andare ad Harvard o alla Brown. Vite talmente perfette da aver bisogno di qualcosa a dar loro una scossa di imprevedibilità e a ciò ci pensano le droghe di White Mike. Fino all’inevitabile tragedia…
A metà strada tra Gossip Girl e Kids, ne esce allora un filmetto guardabile come la puntata pilota di una nuova serie adolescenziale che però mai avrà un secondo episodio. E non è tutto 'sto gran peccato.
(voto 6-/10)



giovedì 15 marzo 2012

L’arte di chiavarsela

Hip hipster hurrah!
Hip hipster hurrah!
Chi o cosa è un hipster?
Spesso, le immagini possono valere più di mille parole…




Comunque, se proprio necessitate di una spiegazione a parole, Wikipedia può correre in vostro aiuto:
“Hipster è un termine nato negli anni quaranta negli Stati Uniti per descrivere gli appassionati di jazz e in particolare di bebop. Si trattava in genere di ragazzi bianchi della classe media, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani. […] Norman Mailer descrisse gli hipster come esistenzialisti americani, che vivevano la loro vita circondati dalla morte - annientati dalla guerra atomica o strangolati dal conformismo sociale - e che decidevano di «divorziare dalla società, vivere senza radici e intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell'io»
L'autore Frank Tirro, nel suo libro Jazz: a History (1977), definisce in questo modo gli hipster degli anni quaranta:
«Per l'hipster, Charlie Parker era il modello di riferimento. L'hipster è un uomo sotterraneo, è durante la seconda guerra mondiale ciò che il dadaismo è stato per la prima. È amorale, anarchico, gentile e civilizzato al punto da essere decadente. Si trova sempre dieci passi avanti rispetto agli altri grazie alla sua coscienza. Conosce l'ipocrisia della burocrazia e l'odio implicito nelle religioni, quindi che valori gli restano a parte attraversare l'esistenza evitando il dolore, controllando le emozioni e mostrandosi cool? Egli cerca qualcosa che trascenda tutte queste sciocchezze e la trova nel jazz.»”

Oggi la parola “hipster” ha però assunto dei connotati differenti, come sempre Wikipedia docet:
“Il termine è stato riattualizzato negli anni novanta e duemila e ora designa giovani sulla ventina, di classe medio-alta, istruiti e abitanti dei grandi centri urbani, che si interessano alla cultura alternativa - “non mainstream” - come l'indie rock, l'elettronica, i film d'autore e le tendenze culturali emergenti. Si professano ottimi conoscitori della lingua inglese e amano appropriarsi dei codici delle generazioni precedenti, ammantandosi di un caratteristico stile rétro. Si servono in negozi di abiti usati (infatti rigettano l'attitudine “ignorante e incolta” del consumatore medio), mangiano preferibilmente cibo biologico, meglio se coltivato localmente, sono vegetariani o vegani, preferiscono bere birra locale (o prodotta in proprio) e amano girare in bicicletta. Spesso lavorano nel mondo dell'arte, della musica e della moda, e rifiutano i canoni estetici della cultura statunitense e anche la sessualità predefinita. Non vogliono essere catalogati e eludono l'attualità. Le uniche religioni che tutti gli hipster riconoscono come tali sono i pantaloni attillati e i Wayfarer.
Il termine è utilizzato in maniera contradditoria, rendendo difficile l'identificazione di una cultura precisa, perché essa è un mix di stili ed è in costante mutazione. La peculiarità degli hipster, infatti, è la volontà di essere “inclassificabili”. Professano come loro valori il pensiero indipendente, la controcultura, la politica progressista, la creatività, l'intelligenza e l'ironia, ma si tratta più che altro di una posa piuttosto che di una reale attitudine.”

E ancora:
“Gli hipster sono quelli che sogghignano quando dici che ti piacciono i Coldplay. Sono quelli che indossano t-shirt con citazioni tratte da film di cui non hai mai sentito parlare e sono gli unici negli Stati Uniti a pensare ancora che la Pabst Blue Ribbon sia un'ottima birra. Indossano cappelli da cowboy o baschi e tutto in loro è attentamente costruito per darti l'idea che non lo sia.” (dal Time del luglio 2009)

FINE del copia/incolla da Wikipedia, promesso!

Detto - o meglio riportato - tutto questo, io sto ancora cercando di capire se posso rientrare nella categoria hipster o no. Per alcuni aspetti sì, per altri meno. Ma in quanto genere inclassificabile, quasi chiunque alla fine della fiera può essere considerato un hipster.
Sì, anche tu che odi la parola hipster.
E sì, pure tu che non pensavi saresti stato mai considerato un hipster. Proprio tu potresti essere ancora più hipster di chi si crede hipster. Perché cosa c’è di più hipster del non considerarsi hipster?
Ho creato tutta quest’introduzione lunghissima che fa molto hipster per parlare di un film di cui in realtà non ci sarebbe poi molto da dire, se non che è un filmetto hipster con un protagonista molto hipster.


Scazzo, raga?
L’arte di cavarsela
(USA 2010)
Titolo originale: The Art of Getting By
Regia: Gavin Wiesen
Cast: Freddie Highmore, Emma Roberts, Michael Angarano, Elizabeth Reaser, Alicia Silverstone, Sam Robards, Blair Underwood, Rita Wilson
Genere: hipster
Se ti piace guarda anche: Fa’ la cosa sbagliata, Igby Goes Down, Roger Dodger, L’amore che resta, The Good Girl, Tadpole

Vi siete mai chiesti perché da Il giovane Holden non è mai stato tratto un film?
Io sì. Roba da pensarci intere giornate o giù di lì.
Per prima cosa è uno di quei romanzi talmente letterari che portati sullo schermo non renderebbero allo stesso modo. Una cosa che però veniva detta ad esempio anche di American Psycho o del Signore degli anelli, ma alla fine le loro trasposizioni cinematografiche si sono rivelata piuttosto riuscite. Se il Signore degli anelli ha fatto il pieno di incassi, Oscar e consensi, nel caso di American Psycho la pur valida Mary Harron non ha reso tutta la stessa inquietante ambiguità e forza delle parole di B.E. Ellis, ma il suo tentativo non è stato comunque affatto disprezzabile.
Insomma, l’antifilmabilità di un romanzo non ha mai fermato nessuno dal realizzare un adattamento filmico.
Se il più grande romanzo americano del ‘900 non è diventato una pellicola, è allora probabilmente dovuto all’ostracismo di J.D. Salinger nei confronti del cinema, come si evince con facilità fin dalla primissima pagina dello stesso Giovane Holden: “Se c’è una cosa che odio sono i film. Non me li nominate nemmeno.”
"Ma secondo te Cannibal è hipster oppure no?"
In seguito alla morte del grande autore, sembra però essersi aperta la caccia ai diritti da parte delle varie multinazionali cinematografiche. Il Romanzo per eccellenza diventerà presto un film?

Per quanto non esista (finora) un adattamento ufficiale, Il giovane Holden ha vissuto sul grande schermo attraverso una moltitudine di personaggi a lui più o meno ispirati. Tra gli altri posso citare Igy Goes Down, Un giorno questo dolore ti sarà utile, Tadpole, Jake Gyllenhaal in The Good Girl, Chapter 27 (con l’assassino di John Lennon ossessionato oltre che dal Beatle pure dal romanzo di Salinger), se vogliamo anche una buona fetta del cinema di Wes Anderson, più Roger Dodger e Il calamaro e la balena, entrambi con Jesse Eisenberg. Se si facesse davvero una pellicola sul giovane Holden, il candidato numero uno per la parte per me sarebbe lui: Jesse Eisenberg.

"E' tutto il giorno che ci penso e ho concluso: Cannibal è più pirlster che hipster!"
A queste pellicole più o meno salingeriane, si aggiunge ora questo L’arte di cavarsela. Il protagonista è un tipo molto hipster, in più o meno tutti i vari sensi che nell’intro al post abbiamo visto. George è infatti un teenager apatico a cui non frega niente di seguire i dettami della società, di andare bene a scuola per poter entrare in un buon college, ottenere un lavoro ben pagato e condurre una decente quanto ordinaria vita borghese. George vorrebbe di più, ma non sa nemmeno lui cosa. Ok, ho descritto un teenager tipico, più che uno atipico. In più lui sembra vagamente interessato al mondo dell’arte per via della sua passione per la pittura e per via di un suo nuovo (unico?) amico. Anche se la cosa che (giustamente) sembra attirare di più la sua attenzione è una ragazza, Emma Roberts, figlia di Eric Roberts nonché nipotina di Julia Roberts, che si è già segnalata in altri film ad alto potenziale hipster come 5 giorni fuori e l’horror hipster Scream 4.
Tra loro inizia un rapporto di amicizia barra amore barra un misto tra le due cose e tutto il film è un po’ così: confuso su quale direzione prendere.

"Saremo noi vecchi, ma anche dopo questo "illuminante" post
non l'abbiamo mica capito cus'è  'sto hipster... Una malattia o un virus?"
Come il protagonista, il poco convincente Freddie Highmore (già bimbo piagnucolone di Neverland), rimane eternamente al bivio, incapace di scegliere. Sarebbe potuto essere un film più comico, se si fosse tentata la strada di una maggiore ironia. Sarebbe potuto essere un film più drammatico e toccante, se come in L’amore che resta si fosse giocata la carta della malattia terminale di qualcuno dei personaggi. Sarebbe potuto essere un film più estremo, se ci si fosse diretti sulla via del sesso droga e rock’n’roll. Invece di sesso ce n’è pochino, di droga giusto un accenno e di rock’n’roll manco a parlarne. Appena una manciata di pezzi indie.
Sprecata poi la presenza in un minuscolo ruolo di Alicia Silverstone, lei sì vera hipster ante litteram ai tempi dei video degli Aerosmith e del cult Ragazze a Beverly Hills, e presente in questo film con look nerd e occhialini molto... yes, hipster!
L’arte di cavarsela finisce per rimanere nel limbo di quelle pellicole troppo deboli per risultare cult e allo stesso tempo troppo deboli pure per dare fastidio, e risulta più che altro un’occasione persa per realizzare il film manifesto hipster degli Anni Zero.
Il giovane Holden l’avrebbe odiato. Così come tutti i film. Non nominateglieli nemmeno.
(voto 6-/10)

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