Cast: Christoph Waltz, Mélanie Thierry, David Thewlis, Lucas Hedges, Tilda Swinton, Matt Damon, Ben Whishaw, Peter Stormare, Rupert Friend, Gwendoline Christie
Genere: intrippato
Se ti piace guarda anche: Brazil, Mood Indigo – La schiuma dei giorni, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo
Noi abbiamo visto The Zero Theorem. A noi è piaciuto The Zero Theorem, ma non vi diremo di cosa parla. Per prima cosa perché noi prima di vederlo non ne sapevamo nulla ed è meglio così, soprattutto per pellicole come questa. È meglio non sapere proprio niente. Andare completamente alla cieca. E poi per seconda cosa perché è impossibile dire di cosa parla un film di Terry Gilliam. Di cosa tratta ad esempio Brazil?
Noi non riusciamo a dirlo con esattezza, eppure questo nuovo The Zero Theorem con il suo futuro distopico orwelliano e con il suo protagonista stralunato lo ricorda parecchio. Quindi di cosa parlano entrambi?
Boh.
E L’esercito delle 12 scimmie?
Non sappiamo bene su cosa è incentrato con precisione, però è uno dei nostri film preferiti. La prima volta che l’abbiamo visto eravamo solo dei bambini. Era una delle prime volte al cinema con gli amici e ricordiamo solo di aver fatto un dannato casino per tutto il tempo, non capendoci nulla della visione e rendendo impossibile la comprensione anche agli altri poveri spettatori presenti al cinema. Che dannati bimbiminkia che eravamo, e che forse siamo ancora. Quando poi l’abbiamo recuperato qualche anno più tardi da adolescenti ne siamo rimasti folgorati. Non c’abbiamo compreso un’altra volta un granché, ma l’abbiamo adorato.
E Paura e delirio a Las Vegas, di cosa tratta?
Impossibile capirlo a mente lucida. Dopo l’assunzione di dosi massicce di droghe siamo riusciti a comprendere qualcosa di più, ma è stato lo stesso difficile venirne a capo.
"E' meglio indossare una tuta protettiva, prima di visitare Pensieri Cannibali."
I film di Terry Gilliam in pratica non sappiamo di cosa parlano. Forse di tutto, forse di niente. The Zero Theorem prosegue nella stessa direzione. Possiede un impianto visivo sbalorditivo eppure il suo significato è sfuggente. Si tratta di una pellicola profondamente esistenzialista, che detta così è una frase che anch’essa sembra significare tutto e invece non vuol dire niente. Oppure è il contrario?
In The Zero Theorem c’è dentro la vita di oggi, tra social network, app e una connessione alla rete 24 ore su 24 che ci succhia via la vera vita. O magari invece ci regala una vita migliore, piena di fantasia, attraverso cui fuggire da un lavoro e da una routine senza scopo?
Chi lo sa.
The Zero Theorem è il solito gran casino tirato fuori dalla mente folle di Terry Gilliam e non si capisce bene se sta dalla parte della tecnologia o contro. Non si capisce bene se sta dalla parte di chi ha Fede, di chi vive con delle convinzioni, o da quella di chi non crede in niente se non nel vuoto e nella certezza di stare dentro a un mondo privo di senso. Non si capisce bene se sta dalla parte di chi ama, o di chi sogna solamente di amare. E soprattutto non si capisce bene, anzi non si capisce proprio per niente, come qualcuno possa rifiutare l’amore di una come Mélanie Thierry, la splendida Mélanie Thierry.
The Zero Theory è un interrogarsi sul senso della vita che pone delle domande e non offre delle risposte che d’altra parte sarebbe impossibile fornire. Allo stesso tempo è un interrogarsi sul senso del cinema. Sul senso del cinema di Terry Gilliam, se ne ha uno.
Non avete capito niente di quanto abbiamo detto fino ad ora?
Lo capiamo. L’unica cosa che probabilmente avrete capito è che si tratta di un nuovo delirio nel tipico stile del regista. Un trip che va vissuto disconnettendosi da se stessi ed entrando negli occhi e nella mente del protagonista, interpretato da un grandioso Christoph Waltz, uno che è un creep, un weirdo, uno che non sa cosa diavolo ci fa qui, uno che non appartiene a questo mondo.
Un'altra cosa che probabilmente non avrete capito è perché stiamo parlando con il pluralis maiestatis. Non è per le nostre solite manie di grandezza, ma una volta vista la pellicola lo scoprirete.
Forse.
(voto 7/10)
"Questo post cannibale l'abbiamo trovato ancora più incomprensibile del solito."
Cast: Roy Abramsohn, Elena Schuber, Jack Dalton, Katelynn Rodriguez, Danielle Safady, Annet Mahendru, Lee Armstrong, Amy Lucas, Alison Lees-Taylor, Zan Naar
Genere: disney-ano
Se ti piace guarda anche: Spring Breakers, Blancanieves, Eraserhead – La mente che cancella
Una giornata a Disneyland. Riuscite a immaginare qualcosa di più inquietante?
Io no e, a quanto pare, nemmeno il regista di Escape From Tomorrow. È rassicurante vedere un film come questo. Non perché sia una visione priva di risvolti angoscianti, tutt’altro, ma perché è bello scoprire che al mondo esiste qualcun altro che, come me, reputa il mondo Disney un qualcosa di parecchio infernale.
Escape From Tomorrow ci racconta la giornata a Disneyland di Jim, un tranquillo padre di famiglia. Il solito padre di famiglia normale, di quelli di cui sentiamo parlare tutti i giorni al telegiornale. Di quelli che un giorno gli prende un raptus e fanno fuori moglie e figli o ragazzine random. Quel classico padre di famiglia lì.
Jim deve affrontare una giornata a Disneyland con la figlioletta perfettina, con il figlio creepy e con la moglie cagacazzo dopo aver appena ricevuto la notizia del suo licenziamento. Come pensate possa reagire quest’uomo a tutte le canzoncine, le risatine, le smorfiette che lo attendono dentro il parco giochi più teneroso del pianeta?
Ubriacandosi come una merda e andando fuori di testa, ma non solo. L’arrapatissimo Jim vivrà l’esperienza a Disneyland quasi come fosse al Mi-Sex e avrà diversi tipi di incontri a carattere più o meno sessuale, con le principali tipologie di fantasie erotiche maschili: ci sono le teen (una proprio bambinetta, l’altra è la stramegagnocca di The Americans Annet Mahendru), c’è la MILF, ci sono le cosplay delle principesse, c’è la tipa esotica, c’è la sexy infermiera. Ce n’è per tutti i gusti. Più che a Disneyland, Jim sembra finito dentro un porno, tra simboli fallici, tette al vento, sostanze bianche che schizzano da tutte le parti.
La visione sessualmente molto carica proposta da questa pellicola può apparire provocatoria, e lo è, ma in fondo un messaggio sessuale e ad alto tasso di pedofilia emerge spesso nelle varie produzioni Disney. Devo per caso ricordarvi che è da lì che provengono tante delle nostre più amate pornosta… ehm popstar di oggi come Britney Spears, Christina Aguilera, Miley Cyrus, Selena Gomez e Vanessa Hudgens?
A proposito di queste ultime due, Escape From Tomorrow è una delle visioni più originali e inclassificabili in cui mi sono imbattuto negli ultimi tempi eppure, se devo citare un film che mi ha ricordato, è stato proprio Spring Breakers, la pellicola di Harmony Korine in cui le starlette della Disney Selena & Vanessa venivano fatte rivivere attraverso personaggi e situazioni del tutto opposte a quelle con cui le avevamo conosciute ne I maghi di Waverly e High School Musical. Un ribaltone simile a quanto avviene qui, dentro una Disneyland che mette i brividi e che diventa la sede della disgregazione della famiglia, anziché la sua celebrazione. Possiamo vedere questa folle giornata al parco giochi come lo spring break personale di Jim. Una dimensione parallela in cui tutto è possibile. Un non-luogo in cui le fantasie di un paparino prendono vita. Delle fantasie di tipo diverso da quelle cui Walt Disney pensava quando ha messo su il suo luna park, trasformato dal protagonista di Escape From Tomorrow in un luna pork.
Come ha fatto il regista esordiente, e assolutamente da tenere d’occhio da qui fino alla fine dei nostri e dei suoi giorni, Randy Moore a girare un’opera così “blasfema” nei confronti della Disney proprio all’interno della dolce e rassicurante casetta della Disney?
Moore ha utilizzato videocamere nascoste e iPhone e ha filmato tutto senza farsi sgamare, aggiungendo poi alcune scene in fase di post-produzione. Ne è uscita una pellicola low-budget eppure visivamente notevolissima, un gioiellino in cui fantasia e immaginazione hanno un potere molto più forte dei soldi. Un film che per forza di cose è stato boicottato dalla grande distribuzione ed è uscito in pochissimi cinema statunitensi, per poi passare dritto nel circuito del video on-demand. Nonostante questo, Escape From Tomorrow sta diventando un piccolo cult, un guerrilla movie che non è interessante soltanto per le modalità con cui è stato girato o perché propone una visione alquanto singolare di Disneyland. Al di là di questi aspetti, preso come oggetto cinematografico è uno splendore. Per quanto realizzato con mezzi poverissimi, Escape From Tomorrow è cinema d’autore puro. Grottesco, visionario, folle, a tratti esilarante, a tratti disturbante, a tratti non del tutto messo a fuoco ma tutto girato con uno splendido bianco e nero in pieno contrasto con il coloratissimo mondo Disney. Alcune trovate sono geniali (la febbre felina, le cosce di emu, gli occhi anneriti del bambino, la cagata liberatoria del protagonista), altre appaiono persino troppo confuse, però nel complesso l’opera d’esordio di Randy Moore è una delle visioni più sorprendenti e cattive in cui potrete imbattervi. Alla faccia dei prevedibili e buonisti filmetti disneyani.
Vi chiedo scusa fin da subito se ruberò qualche minuto del vostro prezioso tempo, ma oggi vorrei portare alla vostra gentile attenzione un film che mi ha molto colpito. The Double è l’opera seconda di Richard Ayoade, attore della serie The IT Crowd che aveva debuttato come regista con il folgorante Submarine, uno degli esordi più sorprendenti del cinema britannico e non solo degli ultimi anni. Scordatevi però le atmosfere hipster da Wes Anderson inglese di quella splendida pellicola, perché qui abbiamo tutto un altro mood. Qui siamo dalle parti di un incubo a occhi aperti, un incrocio tra il mondo malato di David Lynch e quello perverso di David Cronenberg, riletto però in una chiave più leggera, non troppo distante dalla visione di un Michel Gondry o di uno Spike Jonze. Senza dimenticarsi pure di aggiungere all'insieme un certo tocco alla Terry Gilliam e una punta di cignesco Darren Aronofsky. Qual è però la vera fonte di ispirazione principale del film?
The Double è liberamente tratto dal romanzo ottocentesco Il sosia di Fëdor Dostoevskij perché, ebbene sì, forse dal titolo potevate già averne il sospetto, viene qui affrontato l’eterno tema del doppio. Una vicenda grottesca dai contorni kafkiani da cui, nonostante tutti i confronti con i nomoni cinematografici e letterari finora menzionati, il giovane regista Ayoade, anche grazie al fratello di Harmony Korine Avi Korine che ha partecipato come co-sceneggiatore, ha tirato fuori una pellicola che si smarca da simili paragoni. I richiami importanti sono molti, questo è certo, eppure lui è riuscito a creare una dimensione sua, un universo parallelo dotato di una sua coerenza. E dotato di una sua bellezza.
In un cast in cui in vari ruoli minori troviamo molti attori del suo precedente Submarine, più il musicista J. Mascis dell’alternative-rock band Dinosaur Jr., a spiccare è soprattutto la splendida (doppia) prova recitativa del protagonista Jesse Eisenberg, proprio il Mark Zuckerberg di The Social Network, che riesce a caratterizzare bene due personaggi tanto identici a livello fisico tanto opposti in quanto a comportamento. Se nella parte del perfido cattivone James è convincente, a toccare le corde dell’anima è soprattutto la sua interpretazione di Simon, il povero Simon di cui nessuno si ricorda mai e che passa inosservato sotto lo sguardo dell’assurdo, folle mondo in cui vive. Il povero Simon che si sente come Pinocchio: solo un burattino e non una persona vera. Il suo amore per Mia Wasikowska, come sempre affascinante nel suo magnetico misterioso modo, è straziante. La sua vita è straziante. Se a livello visivo la pellicola è splendida ma non ancora al livello di un Lynch o di un Cronenberg dei tempi d’oro, il suo punto di forza sta in una grande, profonda umanità. Non importa allora che la tematica del doppio non sia così di primo pelo, The Double non parla soltanto al cervello, non conquista solo gli occhi, ma si rivolge soprattutto al cuore. Se non vi emozionerà almeno un pochino, mi scuso con voi ma ve lo devo dire: siete proprio delle persone malvagie.
Kid
(voto di Kid 9/10)
The Double?
E che è?
Quel thrillerazzo con Richard Gere di un paio di anni fa?
No? C’è un altro film che si chiama The Double? Cos’è, uno scherzo? Una pellicola che si chiama The Double ha un doppio?
Ah sì, ora ricordo. L’ho pure visto e non c’entra niente con quell’altro The Double. Questo me l’ha consigliato quello scimunito di Kid. Lui si commuove sempre per questi film stramboidi pseudo autoriali intellettuali del cazzo girati da qualche sconosciuto autore emergente britannico. Per lui The Double è stata una visione magnifica, originale, toccante…
Ma va a cagher, Kid! Vattelo a pigliare in quel posto, una buona volta!
The Double è il filmetto di un regista che si fa le seghe con le videocassette di David Lynch e David Cronenberg, senza però possedere la visionarietà del primo, né la crudezza carnale del secondo. È solo la storiella di Simon, un nerd sfigato stalker con la faccia del coglione che ha inventato Facebook, innamorato della Vaginoska, che ovviamente non riuscirà mai e poi mai a scoparsi. Chi riesce a farsela, e alla grande, è invece il suo doppio figo, ovvero James. Lui sì che è l’idolo del film, quello che mi ha fatto destare dal coma in cui ero caduto nella prima parte. Grazie al suo arrivo, la pellicola assume contorni da thriller avvincente. Non al livello del capolavoro dallo stesso titolo con il grande Richard Gere, ma se non altro sono riuscito ad arrivare a fine visione. Sveglio.
La prossima volta però ci penso bene prima di guardarmi un film sponsorizzato da quello sfigato di Kid. L’ultima pellicola decente che ha consigliato è stata Piranha 3D dove più che piranha c’era un sacco di patata. Un altro thriller-dramma kafkiano tratto da Dostoevskij invece col cazzo che me lo guardo!
Cannibal
(voto di Cannibal 5/10)
The Double
(UK 2013)
Regia: Richard Ayoade
Sceneggiatura: Richard Ayoade, Avi Korine
Ispirato al romanzo: Il sosia di Fëdor Dostoevskij
Cast: Jesse Eisenberg, Jesse Eisenberg, Mia Wasikowska, Wallace Shawn, Sally Hawkins, Paddy Considine, Chris O’Dowd, Craig Roberts, Noah Taylor, Cathy Moriarty, Phyllis Somerville, Yasmin Paige, James Fox, J. Mascis
Genere: grottesco
Se ti piace guarda anche: Mood Indigo – La schiuma dei sogni, Brazil, Inseparabili, eXistenZ, Il cigno nero
Quel thrillerazzo con Richard Gere di un paio di anni fa?
No? C’è un altro film che si chiama The Double? Cos’è, uno scherzo? Una pellicola che si chiama The Double ha un doppio?
Ah sì, ora ricordo. L’ho pure visto e non c’entra niente con quell’altro The Double. Questo me l’ha consigliato quello scimunito di Kid. Lui si commuove sempre per questi film stramboidi pseudo autoriali intellettuali del cazzo girati da qualche sconosciuto autore emergente britannico. Per lui The Double è stata una visione magnifica, originale, toccante…
Ma va a cagher, Kid! Vattelo a pigliare in quel posto, una buona volta!
The Double è il filmetto di un regista che si fa le seghe con le videocassette di David Lynch e David Cronenberg, senza però possedere la visionarietà del primo, né la crudezza carnale del secondo. È solo la storiella di Simon, un nerd sfigato stalker con la faccia del coglione che ha inventato Facebook, innamorato della Vaginoska, che ovviamente non riuscirà mai e poi mai a scoparsi. Chi riesce a farsela, e alla grande, è invece il suo doppio figo, ovvero James. Lui sì che è l’idolo del film, quello che mi ha fatto destare dal coma in cui ero caduto nella prima parte. Grazie al suo arrivo, la pellicola assume contorni da thriller avvincente. Non al livello del capolavoro dallo stesso titolo con il grande Richard Gere, ma se non altro sono riuscito ad arrivare a fine visione. Sveglio.
La prossima volta però ci penso bene prima di guardarmi un film sponsorizzato da quello sfigato di Kid. L’ultima pellicola decente che ha consigliato è stata Piranha 3D dove più che piranha c’era un sacco di patata. Un altro thriller-dramma kafkiano tratto da Dostoevskij invece col cazzo che me lo guardo!
Cannibal
(voto di Cannibal 5/10)
Vi chiedo scusa fin da subito se ruberò qualche minuto del vostro prezioso tempo, ma oggi vorrei portare alla vostra gentile attenzione un film che mi ha molto colpito. The Double è l’opera seconda di Richard Ayoade, attore della serie The IT Crowd che aveva debuttato come regista con il folgorante Submarine, uno degli esordi più sorprendenti del cinema britannico e non solo degli ultimi anni. Scordatevi però le atmosfere hipster da Wes Anderson inglese di quella splendida pellicola, perché qui abbiamo tutto un altro mood. Qui siamo dalle parti di un incubo a occhi aperti, un incrocio tra il mondo malato di David Lynch e quello perverso di David Cronenberg, riletto però in una chiave più leggera, non troppo distante dalla visione di un Michel Gondry o di uno Spike Jonze. Senza dimenticarsi pure di aggiungere all'insieme un certo tocco alla Terry Gilliam e una punta di cignesco Darren Aronofsky. Qual è però la vera fonte di ispirazione principale del film?
The Double è liberamente tratto dal romanzo ottocentesco Il sosia di Fëdor Dostoevskij perché, ebbene sì, forse dal titolo potevate già averne il sospetto, viene qui affrontato l’eterno tema del doppio. Una vicenda grottesca dai contorni kafkiani da cui, nonostante tutti i confronti con i nomoni cinematografici e letterari finora menzionati, il giovane regista Ayoade, anche grazie al fratello di Harmony Korine Avi Korine che ha partecipato come co-sceneggiatore, ha tirato fuori una pellicola che si smarca da simili paragoni. I richiami importanti sono molti, questo è certo, eppure lui è riuscito a creare una dimensione sua, un universo parallelo dotato di una sua coerenza. E dotato di una sua bellezza.
In un cast in cui in vari ruoli minori troviamo molti attori del suo precedente Submarine, più il musicista J. Mascis dell’alternative-rock band Dinosaur Jr., a spiccare è soprattutto la splendida (doppia) prova recitativa del protagonista Jesse Eisenberg, proprio il Mark Zuckerberg di The Social Network, che riesce a caratterizzare bene due personaggi tanto identici a livello fisico tanto opposti in quanto a comportamento. Se nella parte del perfido cattivone James è convincente, a toccare le corde dell’anima è soprattutto la sua interpretazione di Simon, il povero Simon di cui nessuno si ricorda mai e che passa inosservato sotto lo sguardo dell’assurdo, folle mondo in cui vive. Il povero Simon che si sente come Pinocchio: solo un burattino e non una persona vera. Il suo amore per Mia Wasikowska, come sempre affascinante nel suo magnetico misterioso modo, è straziante. La sua vita è straziante. Se a livello visivo la pellicola è splendida ma non ancora al livello di un Lynch o di un Cronenberg dei tempi d’oro, il suo punto di forza sta in una grande, profonda umanità. Non importa allora che la tematica del doppio non sia così di primo pelo, The Double non parla soltanto al cervello, non conquista solo gli occhi, ma si rivolge soprattutto al cuore. Se non vi emozionerà almeno un pochino, mi scuso con voi ma ve lo devo dire: siete proprio delle persone malvagie.
Kid
(voto di Kid 9/10)
The Double
(UK 2013)
Regia: Richard Ayoade
Sceneggiatura: Richard Ayoade, Avi Korine
Ispirato al romanzo: Il sosia di Fëdor Dostoevskij
Cast: Jesse Eisenberg, Jesse Eisenberg, Mia Wasikowska, Wallace Shawn, Sally Hawkins, Paddy Considine, Chris O’Dowd, Craig Roberts, Noah Taylor, Cathy Moriarty, Phyllis Somerville, Yasmin Paige, James Fox, J. Mascis
Genere: grottesco
Se ti piace guarda anche: Mood Indigo – La schiuma dei sogni, Brazil, Inseparabili, eXistenZ, Il cigno nero
Cast: Michael Angarano, Juno Temple, Alexis Bledel, Billy Magnussen, Alia Shawkat, Bobby Moynihan, Steve Park, Jack McBrayer, Debra Monk, Thomas Middleditch, Matt Walsh, Cristin Milioti
Genere: (s)fortunato
Se ti piace guarda anche: Rapture-Palooza, Fatti, strafatti e strafighe, Jumanji, L’arte di cavarsela
Quali dolori sopportereste per denaro?
Io, da buon sadomasochista quale sono, arriverei ad accetterei di:
Fare una maratona di inguardabili film action selezionati apposta per me dal mio blogger nemico Mr. James Ford.
Guardarmi tutti gli episodi di tutte le stagioni di Walker Texas Ranger con l’amichevole compagnia di Chuck Norris in persona che replica su di me le mosse compiute sullo schermo.
Giocare una partita a calcetto con gli amici selezionando volutamente Paletta in squadra con me.
Considerare Laura Pausini una cantante rispettabile e, per dimostrarlo, assistere a un suo INTERO concerto.
Nah, quest’ultima cosa mi sa che non la farei per nessuna somma di denaro al mondo. I protagonisti di Botte di fortuna invece non si fanno alcun scrupolo e accettano in pratica qualsiasi tipo di cosa dolorosa per denaro. Accettano persino che il loro film, originariamente intitolato The Brass Teapot ovvero La teiera d’ottone, esca in Italia con questa assurda vanziniana denominazione, Botte di fortuna, e per altro mi risulta sia stato distribuito solo per il mercato home-video.
Cosa succede in questo film dal titolo tanto sfortunato?
Succede che i due protagonisti, il simpatico Michael Angarano e la simpatica ma soprattutto sexy gnocchetta Juno Temple, una coppia di giovani sposini, un giorno per caso trovano una teiera d’ottone. Trovano non è la parola più esatta… Diciamo che Juno Temple la ruba a una povera vecchina che di lì a poco morirà.
La teiera d’ottone non è però solo una semplice teiera d’ottone di quelle che si vedono tutti i giorni. Anche in questo caso si fa per dire, considerando che io in tutta la mia vita credo di non aver mai visto una teiera d’ottone prima di questa bislacca pellicola.
L’unica altra teiera a cui sono abituato è La teiera volante, ovvero il blog di Lucien. Per il resto, io il tè me lo faccio quasi tutte le mattine, ma dentro un semplice merdoso pentolino a buon mercato e poi lo verso nella scodella senza l’utilizzo di sofisticate teiere.
Dicevo che la loro non è una semplice teiera. È una teiera magica. Ogni volta che qualcuno si fa del male o prova del dolore, sia fisico che psicologico, mentre si trova vicino ad essa, dalla teiera spuntano fuori delle banconote. Dei bei dollaroni fumanti tutti da spendere. Una volta che scoprono ciò, Juno Temple e Michael Angarano si danno alla pazza gioia. O meglio al pazzo dolore. Si provocano del male in tutti i modi possibili pur di far sputar fuori alla teiera dei soldi. Da squattrinati quali erano, lui lavorava in un call center mentre lei era una laureata che non riusciva a trovare un lavoro all’altezza dei suoi studi (no, a sorpresa il film non è ambientato in Italia!), si trovano così a nuotare nel denaro come Paperon de’ Paperoni. Come ben si sa, il denaro cambia le persone e, come diceva Notorious B.I.G., mo’ money mo’ problems, più soldi più problemi. Io non so se aveva ragione, ma proverei ad avere tanti soldi giusto per vedere se è vero. Fatto sta che i due, da simpatici fancazzisti quali erano, si trasformano in delle persone orribili, disposte a fare del male a se stessi e pure agli altri per denaro.
Lo spunto di questa pellicola è parecchio originale e curioso. Il film è fondamentalmente una commedia, ma ha anche dei risvolti fantasy che, almeno all’inizio, lasciano presagire a uno di quei filmoni anni ’90 per tutta la famiglia in stile Jumanji, con la teiera del potere che ricorda pure il tesssssoro de Il signore degli anelli. Nonostante questi vaghi riferimenti, Botte di fortuna non entra mai del tutto in territori fantasy per restare in quelli della comedy grottesca, avvicinandosi dalle parti di film come Fatti, strafatti e strafighe, ma senza provocare mai vere risate.
Botte di fortuna non azzecca allora la classica botta di fortuna e non riesce a trasformare una trama sconclusionata e spesso non solo assurda, quanto propria scemotta, in una pellicola davvero convincente. Sarà perché in casi come questo una semplice botta di fortuna non basta. Ci va proprio una gran botta di culo.
Cast: Tom Schilling, Friederike Kempter, Marc Hosemann, Katharina Schüttler, Justus von Dohnányi, Andreas Schröders, Katharina Hauck, Ulrich Noethen, Leander Modersohn
Genere: crucco
Se ti piace guarda anche: Manhattan, Una storia vera, Good Bye, Lenin!
Non sono un patito di caffè, se qualcuno nel mondo se lo stava chiedendo, e non credo. A Berlino mi è però capitato di bere un caffè, ma solo perché ero davvero devastato e in hangover e in tali circostanze un caffè me lo prendo volentieri. C’è chi se lo piglia tutti i giorni, altrimenti non riesce a vivere, io preferisco gustarmelo in occasioni particolari, ma in ogni caso il caffè è un piacere e se non è buono che piacere è?
Non ricordo se il caffè era buono, i ricordi del trip a Berlino sono un po’ offuscati, d’altra parte credo sia stata la città più devastante in cui sia mai stato, oltre che una delle più affascinanti. A Berlino si respira Cultura e Storia da tutte le parti e, anche se sei un idiota e ogni riferimento a me è completamente voluto, ti senti più intelligente soltanto a camminare tra quei viali enormi o a prendere la metro che attraversa la città sia sotto che sopra la superficie.
Prendere un caffè a Berlino può essere però un’impresa ardua, come ci dimostra questo film, Oh Boy, un caffè a Berlino. Una pellicola con un titolo del genere di cosa può parlare?
Fondamentalmente di un ragazzo, un ventenne e qualcosa, sostanzialmente un nullafacente che ha abbandonato l’università, e di 24 ore nella sua vita, mentre cerca di farsi un caffè nella sua città, Berlino. Ce la farà?
Uno spunto grottesco per un film che fa del grottesco la sua filosofia. Il protagonista, il belloccio Tom Schilling, passa da una situazione assurda all’altra, attraversando non solo Berlino ma vari risvolti esistenziali, dalle relazioni con un paio di fanciulle (tra cui la sosia crucca di Reese Witherspoon, Friederike Kempter) al rapporto col padre, fino all’amicizia e alla morte. Quasi come se ci trovassimo in un road movie alla Una storia vera, solo ambientato nella capitale tedesca, con un protagonista giovane che non va in giro su un tosaerba e insomma non è che c’entri poi così tanto con Una storia vera, se non che nel suo approccio bizzarro e nel suo vagare continuo in qualche modo me l’ha ricordato. Così come mi ha ricordato anche l’ironia e l’importanza dell’ambientazione cittadina nel cinema di Woody Allen.
"Reese Witherspoon crucca, a chi?"
Oh Boy è una delle visioni più gradevoli in cui mi sono imbattuto quest’anno. È una pellicola leggera e questo lo intendo come un gran complimento. Sa essere profondo, ma senza fartelo pesare. È girato in un bianco e nero essenziale, possiede un gusto raffinato, è attraversato dall’inizio alla fine dagli splendidi dialoghi scritti dal regista e sceneggiatore esordiente Jan Ole Gerster. È un’osservazione non pretenziosa sull’assurdità della vita. Della vita di oggi e più in generale della vita e basta. Un film piccolo, e anche questo sia inteso come un complimento, una chicca che va giù veloce, da assaporare con calma, da gustare attimo per attimo, perché un film è un piacere e se non è buono, che piacere è?
E Oh Boy, un caffè a Berlino più lo mandi giù e più ti tira su.
Sceneggiatura: Alice Lowe e Steve Oram, con materiale aggiuntivo di Amy Jump
Cast: Alice Lowe, Steve Oram, Jonathan Aris, Monica Dolan, Eileen Davies
Genere: assassino
Se ti piace guarda anche: God Bless America, Natural Born Killers, Gangster Story
Killer in viaggio è un film originale. Cosa che non significa sia anche un bel film. Però un film originale al giorno d’oggi è merce rara assai, quindi è da vedere. Di film belli in giro ce ne sono. Oddio, non tantissimissimissimi, però ce ne sono. Di film originali ne circolano invece talmente pochi, che appena ne arriva uno è bene fiondarcisi sopra.
"Ma come sei permaloso! Scherzavo quando dicevo che tu in confronto
a Uggie di The Artist sei un cane a recitare."
Cosa c’è di originale, in questo Sightseers?
Tutto.
Il regista è Ben Wheatley, quello di Kill List, un film che mi era davvero stato sulle balle. Può un film stare sulla balle? Certo che sì. Non mi erano stati sulle balle gli attori. Anzi. Neil Maskell poi si è rivelato idolesco nella serie tv Utopia con il suo tormentone: “Where is Jessica Hyde?” e la bionda MyAnna Buring si è vista in cose interessanti come Blackout e White Heat. Mi era stata leggermente sulle balle la regia, che però se non altro proponeva uno stile e un montaggio piuttosto singolari, ma mi era stata più che altro sulle balle la pellicola nel suo complesso, con quella sua voglia di apparire estrema e trasgressiva e violenta a tutti i costi.
C’erano dunque le premesse perché mi stesse sulle balle anche questo nuovo lavoro di Ben Wheatley. In fondo non è che sia poi così distante. Anche Sightseers racconta una storia estrema e trasgressiva e violenta, con forse persino più omicidi di quelli presenti sulla Kill List. Eppure il film questa volta funziona. Funziona alla grande.
Il merito?
Non lo so. Lo stile registico è simile a quello di Kill List. È sempre presente un montaggio rapido e schizzato, con lampi visionari e scatti di violenza improvvisi. I protagonisti anche in questo caso sono degli schizofrenici assassini e non è semplice empatizzare con loro. A fare la differenza credo allora sia la presenza di humour. Sightseers fa morire. Fa morire dal ridere, sebbene in una maniera disturbata e disturbante. Mi sono davvero divertito un sacco a vederlo. Kill List era troppo musone. Era un film a suo modo originale pure quello, però si prendeva troppo sul serio.
"Com'è che il museo della birra era pieno e a quello dei tram non c'è nessuno?"
Sightseers, o se preferite (ma perché dovreste?) chiamarlo con il titolo italiano Killer in viaggio, riesce nell’impresa di coniugare divertimento e violenza pulp. A questo punto verrà subito in mente il nome di Quentin Tarantino, un maestro, il Maestro in questo campo, e invece no. Sightseers come detto è un film terribilmente originale, con una vena umoristica propria, molto British, molto ma molto cinica, cattiva, spietata.
La storia è presto detta: assistiamo al viaggio on the road, alla tranquilla (più o meno) settimana di vacanza di due personaggi singolari. Lei, Tina lascia a casa da sola la madre vecchina per spassarsela con lui, Chris, il suo boyfriend che conosce appena, in una gita che li vedrà scorrazzare per le campagne inglesi tra una visita a un museo dei tram e una a un museo delle matite. Proprio così, è gente che se la spassare alla grande. Per ravvivare la vacanza, visto che l’adrenalina provocata da un museo dei tram non è sufficiente, cominciano anche a fare qualcos’altro. Tipo uccidere…
Non sto a spoilerarvi altro perché, come detto, questo film lo dovete vedere. Non è che vi consiglio di vederlo. Vi ordino di vederlo! Perché, come detto pure questo, a un raro film originale non si può rinunciare. Di film in grado di intrattenere e inquietare in questo modo non ce ne sono in circolazione molti. Se Michael Haneke girasse una commedia, invece di noiosi drammoni da Oscar, potrebbe uscirne qualcosa del genere. E poi i due stralunati psicopatici protagonisti, cui in un primo tempo si guarda con sospetto, nel corso del film diventano due idoli. Tina e Chris sono i Bonnie & Clyde della nerd generation o, se preferite, i Mickey & Mallory della campagna inglese. Tra l’altro i due fenomenali protagonisti Alice Lowe e Steve Oram sono anche gli autori della sceneggiatura e quindi il titolo di idoli totali spetta loro in pieno.
Da segnalare inoltre l’uso dannatamente efficace della colonna sonora. Si parte con “Tainted Love” versione Soft Cell. Per carità, può sembrare un brano già parecchio (ab)usato, però qui è perfetto per accompagnare l’inizio della fuga romantica dei due depravati protagonisti e, col senno di poi, si rivela la canzone ideale per descrivere la loro storia: un amore corrotto, infetto, malato. Altrettanto perfette risultano “Season of the Witch” per i momenti più fuori e visionari del film e il pezzo di chiusura “The Power of Love” dei Frankie Goes to Hollywood, ad accompagnare un finale beffardo e tutt’altro che scontato. Perché in questo film, non c’è niente di scontato. Killer in viaggio è un film originale. Cosa che non sempre significa sia anche un bel film. E invece Killer in viaggio è anche un film di una poetica e violenta bellezza.
Cast: Will Ferrell, Maggie Gyllenhaal, Emma Thompson, Dustin Hoffman, Queen Latifah, Tony Hale, Tom Hulce, Linda Hunt, Kristin Chenoweth
Genere: letterario
Se ti piace guarda anche: Ruby Sparks, The Truman Show, Il ladro di orchidee, Essere John Malkovich, Synecdoche New York
(voto 6,5/10)
Post pubblicato anche su L'OraBlù, insieme al nuovo minimal poster realizzato da C[h]erotto.
"Non la so fare Yesterday dei Beatles. Se vuoi però ti suono un pezzo dei Modà."
"Ma lo sai che s'è fatto proprio tardi? Devo scappare..."
Stava scrivendo un altro dei suoi post. L’ennesimo per quel suo blogghetto, Pensieri Cannibali. Non è che fosse un sito eccezionale o chissà cosa, però gli piaceva impegnarsi per realizzare dei pezzi che fossero un minimo originali. Magari anche interessanti. Stava scrivendo dell’ultimo film che aveva visto, Vero come la finzione. In quel periodo si era preso una fissa per le pellicole con Will Ferrell, chissà perché. Nessuno lo sa, nemmeno io che sono il narratore onnisciente. Onnisciente un paio di palle. Ci sono cose che nemmeno noi possiamo sapere. Saremo narratori onniscienti, saremo una razza superiore alla vostra, stupidi umani, ma non siamo Dei. Ci andiamo vicino, eppure non lo siamo del tutto.
"Basta con 'sti blog! E' ora di tornare alle macchine da scrivere..."
Vero come la finzione è un film diverso dai soliti con Will Ferrell. Non è una delle sue tipiche esilaranti stronzatone comiche, come il geniale Fratellastri a 40 anni, o i vari Ricky Bobby e Blades of Glory. Questa volta aveva voluto fare il serio, come Adam Sandler quando ha girato Ubriaco d’amore o Reign Over Me.
Vero come la finzione è una commedia drammatica o, se preferite, un dramma dai risvolti di commedia. Un dramedy, o anche una commedia grottesca. Uno di quei film con una sceneggiatura che sembra firmata da Charlie Kaufman, solo che non lo è. Rispetto alle pellicole girate da Spike Jonze, Michel Gondry o dallo stesso Kaufman, questo è un cinema meno indie e più, come dire?, tradizionale. Un grottesco atipico, di quelli contaminati con la commedia hollywoodiana classica, d’altra parte la regia è del mestierante Marc Forster e la sceneggiatura è firmata da Zach Helm, quello del pessimo Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie(sorry Natalie, ma pure tu ogni tanto toppi). Un incrocio di cose, intrigante sebbene non riuscito fino in fondo, che ricorda molto Ruby Sparks. E Ruby Sparks è venuto dopo… che gli autori si siano per caso ispirati un pochino a questo film? La tematica è simile, quella della realtà e della finzione che si mescolano, come si può intuire dal titolo della pellicola. Pure in questo caso abbiamo un personaggio letterario che prende vita, come Ruby Sparks. O forse non è che prenda vita dalla letteratura. Il personaggio è vivo, vero, e una narratrice racconta ciò che gli capita e lui a un certo punto se ne accorge. Si rende conto di essere al centro di una narrazione, controllato e spiato ovunque come Truman in The Truman Show. Una di quelle tipiche situazioni che portano alla schizofrenia.
"...o anche ai diari personali."
Cannibal Kid stava scrivendo di questo film, questo Vero come la finzione per un nuovo post su Pensieri Cannibali, si stava impegnando, se solo avesse saputo che…
...che quello sarebbe stato il suo ultimo post. Proprio così. Quello che non conosceva era il motivo. Perché sarebbe stato il suo ultimo post per Pensieri Cannibali? Stava per morire? Oppure il blog avrebbe chiuso? Un potente portale cinematografico stava per acquisirlo? La rete Internet era sul punto di collassare? Il mondo così come lo conoscevamo stava per finire?
In qualunque caso, quello sarebbe stato il suo ultimo post. Una volta saputo ciò, decise che doveva impegnarsi di più, doveva scrivere qualcosa di davvero memorabile. Doveva lasciare una traccia che nessuno avrebbe dimenticato mai. Impresa mica facile. Quando ci si sforza troppo è ancora più difficile riuscire a tirare fuori qualcosa che lasci davvero il segno.
Ci voleva una frase storica, qualcosa tipo: “Non può splendere il sole per sempre.” O “La vita è come una scatola di cioccolatini spiaccicata a terra.” Oppure “Al mio segnale, scatenate il Paradiso!”. O ancora “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare… Maria de Filippi in fiamme lanciare dei rapper al largo dei bastioni di Canale 5.”
"Ultimo post cannibale? Questa sì che è una bella notizia!"
Qualcosa in grado di rimanere per sempre. Ma non gli veniva in mente nulla. Continuava a pigiare i tasti sulla tastiera e gli uscivano solo fiumi di parole memorabili quanto “Fiumi di parole” dei Jalisse. Si sentiva un personaggio letteralmente in cerca di autore come Will Ferrell nel film. Sentiva come se non fosse il reale padrone del suo destino, il capitano della sua anima… uh bella, questa frase. Peccato l'avessero già usata nella poesia Invictus.
Fu allora che realizzò una cosa. Non sarebbe riuscito a scrivere qualcosa di tanto bello e memorabile quanto la poesia Invictus. Certo non in quel momento. Non con quella pressione addosso. In fondo, perché quello doveva essere l’ultimo post che scriveva? Chi lo diceva? Soltanto una stupida voce narrante onnisciente fuori campo che parlava da chissà dove. Cosa ne poteva sapere?
Figuriamoci se quello che stava scrivendo in quel momento sarebbe davvero stato il suo ultim
"NOOOOOOOOOOO! E adesso come farò senza Pensieri Cannibali?"
Possession
(Francia, Germania 1981) Regia: Andrzej Zulawski Sceneggiatura: Andrzej Zulawski, Frederic Tuten Cast: Isabelle Adjani, Sam Neill, Margit Carstensen, Shaun Lawton Genere: posseduto Se ti piace guarda anche: Shining, Inland Empire, La mosca, Rosemary’s Baby, Il seme della follia, American Psycho
QUESTO E’ IL FILM
PIU’
CHE IO ABBIA
MAI
VISTO
Tutto o quasi il cinema grottesto/assurdo/schizzato venuto prima (Bunuel, Dalì, il cinema surrealista in generale, Rosemary’s Baby, Shining, il primo David Cronenberg...) e dopo (il successivo David Cronenberg, David Lynch, Darren Aronofsky, Gaspar Noé, American Psycho, Holy Motors...) passa per di qui. Per la “danza” delirante in metropolitana di Isabelle Adjani, una GIGAntesca Isabelle Adjani, per lo sguardo indemoniato di Sam Neill in cui era già radicato il seme della follia, per i doppioni di Isabelle Adjani e Sam Neill, per il male che si insinua all’interno di una apparentemente normale coppia borghese, per le scene splatter di violenza, per i mostri, demoni, deliri, dialoghi nonsense, genialità assortite, per una Berlino divisa in due così come i protagonisti posseduti di Possession.
Forse un film senza senso.
O forse è un film che dice tutto sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, perché la razionalità è una cosa di gran lunga sopravvalutata e le risposte vanno cercate nelle cose irrazionali. Di cui Possession è una splendida diapositiva.
Cast: Simon Pegg, Amara Karan, Clare Higgins, Alan Drake, Paul Freeman, Henry Lloyd-Hughes, Simon Kunz
Genere: grottesco
Se ti piace guarda anche: John Dies at the End, The Darjeeling Limited, 7 psicopatici
Perché ho visto A Fantastic Fear of Everything, piccola produzione cinematografica britannica?
Ho visto questo film perché si tratta dell’esordio cinematografico come regista e sceneggiatore di Crispian Mills. Se a questo punto avete urlato: “E chi cazzo è Crispian Mills?” significa innanzitutto che siete parecchio maleducati. Sempre con ‘sto cazzo in bocca… vi sembra una cosa da persone per bene, e che cazzo?
Per seconda cosa, significa che probabilmente non siete cresciuti negli anni ’90 e, se anche l’avete fatto, non eravate dei grandi appassionati di Britpop, vero?
Per chi ha vissuto il periodo d’oro del Britpop, il nome di Crispian Mills risuonerà invece familiare. Si tratta infatti del cantante e leader dei Kula Shaker.
“E chi cazzo sono i Kula Shaker?”
I Kula Shaker sono stati una meteora, una delle tante del periodo Britpop, ma per un breve periodo hanno brillato di una luce folgorante. Proponevano un sound dalle forti influenze beatlesiane e ancor più forti influenze indiane: in pratica erano influenzati dal periodo indiano dei Beatles. Il periodo di maggior fattanza, pardon di maggiore apertura mentale, dei Fab Four. La loro più grande hit è stata “Tattva” che rappresenta al meglio il loro sound, tra space rock, psychedelia e spiritualità indiana. Tra il 1996 e il 1997, pensate un po’ che i Kula Shaker erano talmente famosi che il loro album d’esordio è subito schizzato in cima alla chart britannica e sono persino stati ospiti al Festival di Sanremo, dove hanno proposto proprio questa canzone.
Il loro suono da hippie freakkettoni è ben presto passato di moda, nonostante anche il loro secondo album non fosse niente male, dopodiché sono spariti per un po’ dalla circolazione, il cantante Crispian ha messo su un'altra poco fortunata band, i Jeevas, per poi ritornare con i Kula Shaker negli ultimi anni con un paio di dischi che non s’è filato nessuno. Neanche i loro parenti e amici.
La loro proposta musicale, interessante per quanto derivativa dai 60s, si riflette ora nel primo film del loro cantante, Crispian Mills, che di questo A Fantastic Fear of Everything firma la sceneggiatura in solitaria e la regia insieme a Chris Hopewell, regista di videoclip (tra cui quelli per “There There” dei Radiohead, “The Dark of the Matinee” dei Franz Ferdinand e “Blood” degli Editors), pure lui all’esordio nel lungometraggio.
Crispian Mills da oggi fa dunque parte del club dei cantanti diventati registi, in cui possiamo annoverare parecchi italiani. Luciano Ligabue ha esordito piuttosto bene con Radiofreccia, per poi perdersi clamorosamente con Da zero a dieci, un film che da zero a dieci vale direi… fatemici pensare… ehm, zero. Laddove la sua proposta cinematografica è comunque pregna di “ligabuismo” al 100%, Federico Zampaglione dei melodici Tiromancino ha invece tirato fuori a sorpresa il suo lato dark con il discusso horror Shadow, non riuscito fino in fondo ma che almeno non lascia indifferenti. Poi tra i cantanti/registi c’è anche il recentemente politicamente controverso Franco Battiato, però il suo esordio cinematografico me lo sono perso. In passato, inoltre, persino Adriano Celentano e Nino D’Angelo si sono cimentati con la regia, tanto per dire che in Italia un film non lo neghiamo a nessuno. Proprio a nessuno. Tra gli stranieri cito Rob Zombie, di cui non sono certo un gran fan, ma la cui filmografia horror appare se non altro parecchio in linea con la sua proposta musicale metallara. Quando a Madonna boh, non ho ancora avuto la fortuna (o la sfortuna) di vedere le sue creature cinematografiche. E poi al momento di cantantoni/registoni non me ne vengono in mente altri…
"Mi scusi, queste mutande sono sue?"
"Mmm... non ci sono orsetti sopra, quindi direi di no."
Parlando finalmente del nostro film del giorno, A Fantastic Fear of Everything è proprio come la musica dei Kula Shaker. All’inizio la senti e rimani un po’ disorientato dalla loro proposta persino troppo freakketona e indianeggiante, ma quando c’hai fatto l’orecchio comincia a prenderti abbastanza. Non sono i Beatles, però qualche bella canzone dalla loro ce l’hanno. Lo stesso vale per il film. All’inizio appare eccessivamente stralunato. Una roba grottesca in cui vediamo Simon Pegg (quello de L’alba dei morti dementi ecc. ecc.) scrittore in fissa con i serial killer e spaventato da qualsiasi cosa. Dopo una prima parte introduttiva un po’ macchinosa, il suo personaggio comincia a suscitare simpatia, benché questa non sia proprio una pellicola comicissima, e il suo viaggio nella notte si fa intrigante.
A metà circa, il film comincia (finalmente) a ingranare con una scena ambientata in lavanderia assurda e parecchio divertente. Da lì in poi il buon Crispian Mills ci mette dentro di tutto, da ralenty un po’ abusati che citano 2001: Odissea nello spazio, a una sequenza favolistica in stop-motion che rimanda a Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson, più qualche flashback, un pizzico di psicanalisi e un aspirante serial killer che vuole uccidere le sue vittime sulle note di “The Final Countdow” degli Europe. Naturalmente non manca poi l’amore di Crispian per l’India, che si palesa nell’interesse sentimentale del protagonista, ovvero Amara Karan, attrice già vista in The Darjeeling Limited sempre di Wes Anderson.
A Fantastic Fear of Everything è allora una pellicola d’esordio classica, con tutti i pregi e difetti che questo comporta, e che a dispetto del titolo non ha paura o timori, dimostra un buon coraggio e racconta una storia grottesca, quasi un’anti-favola, dal ritmo psichedelico, con una partenza soft, un buon crescendo e in grado alla fine di dare assuefazione. Proprio come la musica dei Kula Shaker.
Cast: AnnaLynne McCord, Traci Lords, Roger Bart, Ariel Winter, Jeremy Sumpter, Matthew Gray Gubler, Ray Wise, Malcolm McDowell, John Waters, Nathalie Dreyfuss, Marlee Matlin, Molly McCook, Cole Bernstein
Genere: malato
Se ti piace guarda anche: Denti - Teeth, Nip/Tuck, Pretty Persuasion, May
Excision è un film malato. Ma più che un film, assomiglia alla puntata pilota di una serie teen in cui la protagonista, anziché essere la classica stragnocca di turno, oppure anziché essere la classica nerd di turno, è una psicopatica. Una che sta davvero fuori più di un balcone. O come gli agricolturi quando raccolgono i pomodori pomodori [Articolo 31 cit.]. Una che dopo aver visto questo film, aprirete una petizione online per far tornare legali i trattamenti elettroshock come in American Horror Story. Una che Dexter al confronto è un ragazzo equilibrato e di sani principi morali. Una che sembra uscita da un incrocio tra un episodio di Nip/Tuck e di 90210. E infatti, così è.
La protagonista è AnnaLynne McCord, che abbiamo imparato a conoscere nei panni della perfida Eden Lord nella serie creata da Ryan Murphy e che i fan di 90210 (di cui io, attaccato al solo e unico Beverly Hills, quello degli anni ’90, non faccio parte) hanno imparato a conoscere come Naomi Clark. La sua trasformazione nella sociopatica Pauline protagonista di questo Excision è davvero sorprendente e impressionante. E mette pure una certa paura.
"Perché nessuno mi crede quando dico che sono un sex symbol?"
Cos’ha di tanto pazzesco, questo personaggio?
Lascio a voi il piacere perverso di scoprirlo, attraverso la pellicola d’esordio del promettente Richard Bates Jr., che usa un’estetica patinata e glamour per presentarci una vicenda disturbante. Una scelta analoga a quella di God Bless America, a indicare forse una nuova curiosa direzione del cinema indie americano. Servire in tavola un piatto dalla confezione graziosa ed esteticamente impeccabile, come fosse una serie tv per tutta la famiglia, riempiendolo però di veleno.
La scelta del cast sembra procedere nella stessa direzione, con una selezioni di volti telefilmici familiari inseriti in un contesto parecchio più straniante rispetto a quello consueto. Come in Le regole dell’attrazione, dove James Van Der Beek, il sognatore Dawson di Dawson’s Creek diventava il vampiro emotivo Sean Bateman e Jessica Biel, la timorata di Dio baskettara figlia del reverendo Camden di Settimo Cielo, diventava la più grande zoccola del campus del film. In Excision a subire questa trasformazione, questo extreme makeover, è la sopracitata ottima Annalynne McCord, trasformata da vamp modaiola e superficiale di 90210 a schizzata terminale in una sola mossa.
Ma nel resto del cast troviamo anche Roger Bart, visto in Desperate Housewives, Matthew Gray Gubler, il nerd ma non troppo di Criminal Minds, e la giovane Ariel Winter di Modern Family. Oltre a Traci Lords, quellaTraci Lords, l’ex pornostar qui ironia della sorte alle prese con il ruolo della madre precisina e bigotta della protagonista.
Insieme a loro anche qualche volto già di suo parecchio angosciante come Ray Wise, il padre di Laura Palmer in Twin Peaks, Malcolm McDowell, ovvero il drugo Alex di Arancia Meccanica (personaggio a cui sempre e per sempre suo malgrado verrà associato) e poi pure il regista John Waters, uno che c’ha ‘na faccia davvero da paura. Dai film del re dei freaks John Waters, Excision sembra aver tratto un uguale senso del grottesco, però in questo caso il tutto è virato più verso la dimensione dell'orrore. L’orrore non tanto in senso di pellicola horror, quanto proprio di disgusto e di senso di repulsione. Come un Lucky McKee, regista di The Woman e May, solo dotato di un gusto estetico più pulito e patinato, ma non per questo meno inquietante.
Pregio e limite del film, presentato al Sundance Festival 2012, è proprio questo. Da una parte, per fortuna non si cede a un improbabile lieto fine hollywoodiano, e ciò è bene. Dall’altra parte resta comunque in mente una certa impressione. Quale?
Quella che Excision voglia shockare a tutti i costi lo spettatore. A tratti si ha allora l’impressione di trovarsi di fronte a un’operazione provocatoria un po’ fine a se stessa. Per il resto, si ride. Perché sì, anche i film angoscianti, deviati e inquietanti possono far ridere e questo è uno di quei (rari) casi.
Se non scatta la laurea con lode, arriva comunque una promozione più che piena per un regista esordiente totale da tenere d’occhio, e per una pazzesca (in tutti i sensi) AnnaLynne McCord, protagonista rivelazione di un film estremo, molto estremo. Pure troppo?
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di Contattarmi per la loro immediata rimozione all'indirizzo marcogoi82@gmail.com