Cast: Mark Wahlberg, Nicola Peltz, Jack Reynor, Stanley Tucci, Kelsey Grammer, Titus Welliver, T. J. Miller, Sophia Myles, Bingbing Li, Jessica Gomes
Genere: robotico
Se ti piace guarda anche: gli altri Transformers, Pacific Rim, Noah
La serie di Transformers a me fa lo stesso effetto di quanto possono fare dei mattonazzi russi stile La corazzata Potëmkin sulla gente normale. Tre ore di robot che parlano e combattono sarebbe “cinema d’intrattenimento”? Io non riesco a immaginare niente di più noioso.
Pensare che il primo tempo del primo film della serie mi era anche piaciucchiato abbastanza. Sarà che era ricco di umorismo e Shia LaBeouf sembrava il giovane cazzaro giusto al momento giusto. O sarà che c’era Megan Fox. Sì, sarà per quello. Fatto sta che già dal secondo tempo di quella pellicola, dominata da una lunghissima, estenuante, interminabile guerra tra robottoni giganti, la serie dimostrava di essere una cagata pazzesca. Impressione confermata dal pessimo sequel e ancora di più dal terzo allucinante episodio, in cui non c’era più manco la consolazione di vedere Megan Volpe. Tre ore, forse anche più, di robot che si danno delle mazzate e una trama che a me è sembrata del tutto incomprensibile. Altroché i film di Lynch o Malick o Aronofsky.
Anche perché va bene la sospensione dell’incredulità, ma come si fa a prendere sul serio dei robottoni giganti che discutono?
È la stessa cosa che si deve chiedere Barack Obama quando si ritrova a colloquio con il Premier italiano Matteo Renzi e questo si mette a parlargli così…
Barack Obama può prendere sul serio un uomo del genere per decidere le sorti del nostro mondo?
E io posso prendere sul serio un film con dei robottoni, o meglio dei veicoli alieni parlanti già passati di moda negli anni Ottanta, che vorrebbero decidere le sorti del nostro mondo?
"Basta, non siete reali. Le auto non possono parlare.
Voci, uscite dalla mia testa!"
Rispetto agli episodi precedenti, questa volta giunta al quarto appuntamento la saga si è transformata e propone delle grandissime novità…
No, non è cambiato il regista. Al timone c’è sempre Michael Bay. Purtroppo. A essere cambiato è il protagonista, non più il simpatico – oh, che volete? a me sta simpatico – Shia LaBeouf, bensì l’action hero preferito dal regista, Mark Wahlberg. Cambio della guardia anche per quanto riguarda la gnocca, in questo caso la teen-gnocca. A raccogliere il pesante testimone dell’insuperabile Megan Fox e della bella ma recitativamente irrilevante Rosie Huntington-Whiteley c’è questa volta la giovanissima Nicola Peltz. Può suonare un po’ gay dirlo, però Nicola è proprio affascinante.
La bionda scoperta dalla serie Bates Motel non è l’unico volto telefilmico ingaggiato dal Bay. Insieme a lei ci sono il funny T. J. Miller della nerd comedy Silicon Valley, in cui veste un identico ruolo da cazzaro combinaguai, e l’ottimo Kelsey Grammer ex protagonista di Boss, in cui aveva un identico ruolo da gran bastardo.
La parte con gli umani tutto sommato funziona. Il rapporto tra padre padrone, un inventore fallito come il papà nei Gremlins, e figlia che vorrebbe zoccoleggiare con il boyfriend ma non può è la parte migliore della pellicola. Ricorda le commedie con Adam Sandler, solo che qui c’è Mark Wahlberg in un similare ruolo da classico americano vecchio stampo. Ricorda poi soprattutto Armageddon, con il “triangolo” Bruce Willis/Liv Tyler/Ben Affleck che qui rivive attraverso i citati Mark Wahlberg e Nicola Peltz, più la novità Jack Reynor, che sarà anche un bel ragazzo, ma come attore è ancora tutto da verificare.
Michael Bay quindi clona se stesso, ma se non altro clona il se stesso migliore, quello di Armageddon. Le cose per quanto mi riguarda vanno peggio, molto peggio, quando entrano in scena tutti ‘sti robottoni inguardabili. Il problema di Transformers sono… i Transformers.
Lo so che il pubblico della saga è accorso in massa nei cinema a vedere proprio loro, però a me fanno pena. A stare a guardare questi camion che dialogano tra loro facendo i finti simpatici, sento che quei pochi neuroni che ancora abitano nel mio cervello mi fanno “Ciao ciao” con la manina.
La prima parte del film, quella più “umana”, è quasi quasi decente, almeno rispetto agli standard della saga, e fa diventare questo quarto capitolo il migliore dai tempi del primo episodio. Nella seconda parte come al solito si degenera in un’assurda guerra robotica tra Pessimus Prime con i suoi amichetti e tutti gli altri, con un sacco di esplosioni e inseguimenti senza fine. Va dato atto a Michael Bay di aver cercato di realizzare un film più intimista, per quanto gli è possibile con il suo tatto da elefante, e così le battaglie si sono fatte più rallentate. Il risultato è meno fracassone del solito, e questa è una buona notizia, ma a Michael Bay andrebbe comunque vietato l’uso del ralenty che tra l’altro, a ormai 15 anni dall’uscita del primo Matrix, è ormai stra-sorpassato.
"Chissà perché Cannibal Kid ci odia tanto?
Eppure siamo così simpatici e tenerosi!"
Per essere un film sui Transformers, questo L’era dell’estinzione non è nemmeno troppo male. Per essere considerato Cinema vero e proprio, la strada è invece molto lunga. Ridatemi allora i film di Lynch, Malick e Aronofsky. Anzi, di quest’ultimo magari no. Se qualche settimana fa mi avessero detto che l’ultimo di Darren Aronofsky sarebbe stato peggio del quarto capitolo di Transformers, avrei gridato alla bestemmia e invece… invece Transformers 4 è un pelino meglio di Noah. In entrambi i casi si tratta comunque di cinema cui è stata evirata una componente fondamentale: la credibilità. Credibilità, elemento che anche in un contesto fantasy può essere ben presente, si vedano Il signore degli anelli o Game of Thrones, sostituita da una serie di Gormiti, Transformers, Kaijū usciti da Pacific Rim e altri improponibili giganti vari. I protagonisti di un’era cinematografica cui auguro una rapida estinzione.
Ispirato ai libri: Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo di Daniel Domscheit-Berg e Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato di Luke Harding e David Leigh
Cast: Benedict Cumberbatch, Daniel Brühl, Alicia Vikander, Moritz Bleibtreu, Peter Capaldi, David Thewlis, Laura Linney, Anthony Mackie, Stanley Tucci, Carice van Houten, Jenny Spark
Genere: cospirazionista
Se ti piace guarda anche: The Social Network, S.Y.N.A.P.S.E. – Pericolo in rete, The Net – Intrappolata nella rete
Il quinto potere è uno dei film che più avevo paura di guardare. Non avevo mai temuto tanto nessun horror e manco alcuna pellicola (pseudo)autoriale consigliata dal mio blogger nemico MrJamesFord. Il motivo è presto detto: Julian Assange è un mio eroe personale. C’è chi ha la maglietta del Che, c’è chi in auto ha il santino di Hitler (Lars von Trier ce l’ho con te uahahah), c’è chi prega Dio, io invece la notte prima di addormentarmi rivolgo una preghiera a Julian Assange. Un mito, un modello esistenziale, un esempio da seguire, un paladino della libertà di espressione nell’era di Internet. Nonostante sia una infinita rottura di palle da leggere, WikiLeaks può tranquillamente essere considerata una delle cose più belle mai successe alla rete, insieme a Napster, eMule, YouPorn e… Pensieri Cannibali. Modestamente, si intende.
Potete quindi immaginare il mio stato d’animo nell’approcciarmi a una pellicola come Il quinto potere, boiocottata dallo stesso Assange. È stato un po’ come quando Giulio Andreotti è andato a vedere Il divo, o quando Silvio Berlusconi ha visto Il caimano, anche se quest’ultima cosa non credo sia mai successa.
"Questo sito fa schifo, dovrebbero chiamare
il grafico di Pensieri Cannibali, Cherotto de L'OraBlù!"
Dico subito che Il quinto potere non mi ha schifato o fatto indignare come immaginavo. Non si tratta di un film di ottimo livello, non è per niente imparziale, il suo obiettivo di essere una pellicola anti-Assange piuttosto che pro-Assange a un certo punto diventa chiaro, però sinceramente mi aspettavo di peggio.
La prima parte in particolare non è troppo male. Merito del regista Bill Condon, anche noto agli scopamici come Bill Condom e ai nemici come Bill Condoglianze, quello che ha firmato gli episodi più agghiaccianti della già di suo poco esaltante sega di Twilight?
No. Bill Condon dirige con quello stile da docu-inchiesta finto giornalistica, un po’ alla Lucignolo di Italia 1 e un po’ alla thrillerino sempre di Italia 1 degli anni ’90. Non proprio una regia d’alta scuola autoriale, insomma. Il merito sta piuttosto nel fascino della figura di Julian Assange, portato sullo schermo da un Benedict Cumberbatch fisicamente somigliante, anche se non del tutto convincente nel ruolo. Sarà perché la produzione gli ha imposto di far sembrare il suo personaggio il più viscido e losco possibile?
La cosa migliore del film è lui. L’hacker dai capelli bianchi, il vagabondo che vaga di città in città seminando il panico tra i poteri forti, l’impavido blogger che fa quello che i giornalisti si sono dimenticati di fare: raccontare la verità. Non la verità filtrata dal politico, dal direttore di testata, dall’ufficio marketing di turno. La verità e basta. Il problema di fruibilità di un sito come WikiLeaks è che, se pubblica 90mila documenti riservati contemporaneamente, chi diavolo ha tempo di stare a leggerseli tutti? E, soprattutto, chi ha voglia di farlo?
Nonostante nessuno legga effettivamente WikiLeaks, tutti temono WikiLeaks, anche la DreamWorks e la Walt Disney che hanno prodotto questo film con l’intenzione di massacrare Assange. Ma perché lo odiano?
Alla DreamWorks non è andata giù che WikiLeaks ha svelato la vera provenienza di E.T.: non è un extra-terrestre, bensì un messicano clandestino.
Ecco in esclusiva il momento in cui E.T. ha superato illegalmente il confine americano.
Quanto alla Disney, non sopporta che il sito di Assange abbia svelato i segreti riguardanti alcuni suoi personaggi, nell’inchiesta passata alla Storia come DisneyLeaks.
Paradossalmente, il film prodotto dalla DreamWorks e distribuito dai Walt Disney Studios ha quindi il suo punto di forza principale nel personaggio che cerca, in maniera più o meno velata, di denigrare. Julian Assange è l’anima e core de Il quinto potere, nonostante il vero protagonista, nonché gli “occhi” attraverso i quali riviviamo la clamorosa epopea di WikiLeaks e dei danni – danni? a me sembrano solo benefici – provocati al mondo da questo sito sia un altro. Il vero protagonista del film è il personaggio interpretato da Daniel Brühl, ovvero Daniel Domscheit-Berg.
Chi ca**o è Daniel Domscheit-Berg?
"Julian Assange deve smetterla di scrivere sul suo blogghetto che non legge
nessuno che Daniel Bruhl è troppo bello per interpretare la mia parte.
Daniel Domscheit-Berg è stato a lungo il braccio destro di Julian Assange, un elemento fondamentale per la diffusione di WikiLeaks. Detto ciò, WikiLeaks è e resta sempre tutto frutto della mente di Assange, il quale più tardi volterà le spalle all’amico, con una mossa molto alla Mark Zuckerberg. Domscheit-Berg, incazzato, per sfogarsi ha poi scritto il libro “Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo” che è la fonte di ispirazione principale di questa pellicola insieme a un’altra pubblicazione piuttosto anti-Assange, “Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato”, scritto dai giornalisti del britannico Guardian Luke Harding e David Leigh.
Io mi chiedo: se volevano fare un film obiettivo, come hanno dichiarato autori e produttori de Il quinto potere, non potevano prendere ispirazione da un libro anti-Assange e da un libro pro-Assange?
No, perché a Hollywood evidentemente interessava di più mettere in moto quella “macchina del fango” di cui si parla all’interno dello stesso film e di cui la pellicola finisce per essere parte integrante.
Come detto, Assange è però talmente forte da imporsi per una buona parte del film su questi tentativi di screditare la sua figura. Assange allora ha sconfitto Hollywood?
Eh, insomma, non del tutto. La prima parte della visione, costruita sull’affiatata accoppiata Assange + Domscheit-Berg soli contro il mondo together forever ❤ riesce ad affascinare, o se non altro a conquistare l’attenzione. Solo che, via via che il tempo passa, i ritmi si dilatano, il minutaggio diventa eccessivo e due cose emergono chiare:
"Le rivelazioni su DisneyLeaks sono troppo scottanti persino per noi!
Non possiamo permettere che Pensieri Cannibali le pubblichi."
1) Bill Condon non è David Fincher. Vorrebbe esserlo, ma non lo è. Allo stesso tempo, il suo Il quinto potere vorrebbe essere il nuovo The Social Network e ok, dalla sua parte ha una buona colonna sonora electro, delle belle location europee e una sempre più splendida Alicia Vikander, ma non è lo è manco da lontano.
2) I tentativi di mostrare Julian Assange come uno stronzo manipolatore pazzo autistico egocentrico si fanno sempre più evidenti soprattutto nella seconda parte del film. Nonostante le intenzioni perfide degli autori, ciò non fa però che accrescere il fascino del personaggio. E cercare di paragonare la “menzogna” di Assange sul suo colore di capelli alle bugie del governo degli Stati Uniti sui crimini insabbiati nelle guerra in Iraq e Afghanistan non fa altro che contribuire a rendere ridicolo il punto di vista del film, non certo del creatore di WikiLeaks.
Per certi versi, questo Il quinto potere mi ha ricordato Saving Mr. Banks, un’altra produzione Disney/DreamWorks che in quel caso cercava di lodare la figura di Walt Disney, finendo per quanto mi riguarda per avere l’effetto opposto. Qui Julian Assange invece si cerca di screditarlo, ma l’obiettivo finale è ugualmente opposto. Da questa pellicola esce fuori un personaggio controverso e pieno di lati oscuri, nessuno dei quali riesce comunque a screditarlo o a diminuire anche solo di un briciolo l’importanza che ha avuto nella Storia recente. In attesa che magari su di lui venga realizzata una pellicola un minimo più impaziale, è per questo che io, a differenza di Assange, non mi sento di boicottare la visione de Il quinto potere. Se questo è il massimo che gli Stati Uniti e Hollywood sono riusciti a ideare per cercare di farlo passare come un terrorista cattivone, il loro obiettivo si può dire miseramente fallito.
Sceneggiatura: Darren Lemke, Christopher McQuarrie, Dan Studney
Cast: Nicholas Hoult, Eleanor Tomlinson, Ewan McGregor, Ewen Bremner, Eddie Marsan, Stanley Tucci, Ian McShane, Bill Nighy, Christopher Fairbank, Warwick Davis
Genere: fagioloso
Se ti piace guarda anche: King Kong, La storia fantastica, I fratelli Grimm e l'incantevole strega
I Giganti ci sono solo nelle storie, nella realtà non esistono.
Siete sicuri di ciò?
Andate a dirlo a lui.
O andate a dirlo a loro…
I Giganti sono esistiti. Erano una band anni Sessanta. Poi sono spariti nel nulla. Leggenda vuole che siano stati confinati dal re Eric su in cielo, in una terra raggiungibile soltanto da una pianta che arriva fino alle nuvole. Per fare crescere una simile pianta, occorrono dei fagioli speciali. Sembrano fagioli normali e invece se li bagni si trasformano in… Gremlins.
Ho sbagliato film?
In questo, non bisogna mai bagnare i fagioli, altrimenti nasce subito una pianta che va fino al cielo, lassù dove vivono i temibili giganti. I giganti veri, non la band. Ed è proprio quanto capita a Jack, il protagonista de Il cacciatore di giganti. Invece di un tranquillo Gizmo, un giorno si porta a casa ‘sti cacchio di fagiolini magici, questi naturalmente si bagnano e si trasformano in una pianta enorme che gli sfascia la casa. In quel momento insieme a lui c'è la principessa del regno che finisce scaraventata su su, insieme ai giganti che la tengono rapita. [ATTENZIONE! BATTUTA POLITICALLY INCORRECT IN ARRIVO] Vorrebbero anche stuprarla, ma poi si rendono conto che le dimensioni dei loro peni giganti non gli permettono di avere una penetrazione soddisfacente nella piccola vagina della povera umana. [FINE BATTUTA CAZZATA POLITICALLY INCORRECT]
Rimasto a Terra, il nostro Jack si propone per andare a recuperare la principessa. Insieme a lui vanno due ex tossici di Trainspotting ora (apparentemente) ripuliti: Ewan McGregor e Ewen Bremner (beh, lui non sembra molto ripulito), più un cattivone, il primo cattivone del film, Stanley Tucci, promesso sposo alla principessa. Più in là nel corso del film ci sarà un secondo cattivone, anzi no, di più: un cattivone gigante. Anzi no, di più ancora: un cattivone gigante con due teste di cui una parla come il Gollum.
"Aiuto! Qualcuno mi tolga 'sta schifezza dalla spalla!!!
Ah no, scusate, è solo la mia seconda testa..."
Anche se raccontata così può non sembrare, si tratta della solita fiaba, una variante della super hit per l’infanzia, soprattutto nel Regno Unito, Jack e la pianta di fagioli. La cosa che più colpisce di questo film è proprio il suo essere tradizionale. Un controsenso? No, perché negli ultimi anni siamo stati abituati agli stravolgimenti più originali e trasgressivi possibili nei confronti dei racconti classici. Tutto è partito (credo) con Shrek, poi ci ha messo del suo la serie tv Once Upon a Time e negli ultimi tempi ci si è messa una lunga schiera di pellicole a tematica fiabesca che rivisitano le storie in maniera spesso poco da favola. Dal teen fantasy Biancaneve e il cacciatore alla variante action cazzuta (rivelatasi poi più cazzata che cazzuta) di Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe, fino alla coloratissima revisione firmata Tarsem di Biancaneve, ancora lei, sta zoccola.
"ARGH! Manco in Trainspotting sembravo così fatto..."
Ne abbiamo viste in pratica di tutti i colori, dal bianco della citatissima Biancaneve fino al cappuccetto rosso sangue. Quello che mancava era allora un film old-fashioned, uno di quelli che sembrano usciti più dagli anni ’80/’90 che da oggi. Le intenzioni, per carità nobili, di questa produzione sono quindi apprezzabili. Il risultato meno. Il cacciatore di giganti non si fa odiare, ma nemmeno amare, finendo per risultare un intrattenimento di livello medio-basso, più basso che medio.
Eppure al suo interno c’è tutto, non manca niente. C’è avventura. Ci sono gli effetti speciali, a dire il vero non un granché. C’è la solita storia d’amore impossibile: lui contadino morto de fame, lei principessa; un po’ come William e Kate ma al contrario. C’è persino un cast più che valido, capitanato dal giovine Nicholas Hoult, quello di About a Boy, Skins, Warm Bodies e noto soprattutto per essersi fatto Jennifer Lawrence. Sulla sua tomba, quando morirà spero il più tardi possibile, sulla lapide scriverenno: “Si è fatto Jennifer Lawrence.” Cosa questa che lo rende credibile nella parte dell’eroe di turno. Oltre al giovine, ci sono anche gli evergreen già citati Stanley Tucci, Ewan McGregor e Ewen Bremner, oltre ai non ancora citati Eddie Marsan e Ian McShane. La fighetta di turno, l’interprete della principessina, tale Eleanor Tomlinson invece bah, non è che convinca granché, nonostante sia una rossa e io ho una passione particolare per le rosse però lei no, chissà?, però è da rivedere in qualche altro film, come Educazione siberiana in cui a quanto pare è presente nel cast.
"Nicholas, tu sei stato con Jennifer Lawrence e io non sarò mai alla sua altezza..."
"Hai ragione, Eleanor, addio! Jennifer, aspettami che arrivo!"
Al di là della drammatica mancanza di figa, pecca non da poco per una produzione commerciale di questo tipo, a non convincere è la regia, davvero insipida.
E chi è il regista?
Bryan Singer???
Siamo sicuri?
Bryan Singer pure lui si merita un bah enorme. Dopo aver fatto il botto con I soliti sospetti e aver firmato un’opera interessante come L’allievo, si è dato alle vaccate commerciali senza ritegno con gli X-Men e Superman Returns e ora con questo Il cacciatore di giganti, che si è pure rivelato un bel flop. Bryan Singer è proprio un regista da bah, bah, e ancora bah. Ha fatto appena intravedere il suo talento e poi la sua carriera ha preso una brutta piega, un po’ come… qualcuno ha nominato per caso M. Night Shyamalan?, ed è così finito per diventare un mestierante anonimo.
Anonimo, proprio come questo film. Non propone un punto di vista nuovo nel raccontare le fiabe, né tanto meno convince nel suo tentativo di revival del vecchio modo di raccontarle. Non fa nemmeno così schifo e quindi non fa manco incazzare troppo, cosa ancora peggiore. Il problema de Il cacciatore di giganti è la sua sostanziale mediocrità e inutilità. È solo un film… un film da bah.
Volete sapere tutto su Hunger Games? Volete conoscere i punti di contatto con il giapponese Battle Royale? Volete sapere se è meglio il libro o l’adattamento cinematografico? Volete sapere se è meglio un tizio che si chiama Gayle Gale o uno che si chiama Peto Peeta? A parte quest’ultima questione, domani avrete le risposte.
Nell’attesa della recensione vera e propria, oggi beccatevi la trama riletta, rivissuta e risputata fuori in maniera cannibale.
Felici Hunger Games. E possa la sfiga essere sempre a vostro favore!
Hunger Games
(USA 2012)
Titolo originale: The Hunger Games
Regia: Gary Ross
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Stanley Tucci, Wes Bentley, Willow Shields, Lenny Kravitz, Amandla Stenberg, Alexander Ludwig, Paula Malcomson, Toby Jones, Isabelle Fuhrman, Jacqueline Emerson, Philip Troy Linger, Donald Sutherland
Se ti piace leggi anche: 1984, Il signore delle mosche, Il mito di Teseo, Battle Royale (manga)
Trama semiseria
ATTENZIONE: SONO PRESENTI SPOILER VARI
"Ammazza che gnocca che sei! Sicura di essere figlia mia?"
Katniss è sfigata per varie ragioni. Per prima cosa, perché vive nel Distretto 12 della terra di Panem. Un distretto talmente povero che il pane(m) si mangia giusto nei giorni di festa e a suicidarsi non sono gli imprenditori bensì gli impiegati dell’agenzia delle entrate.
La sua altra grande sfiga è quella di chiamarsi Katniss. I suoi genitori quando l’hanno scelto come nome cos’avevano dentro la testa, delle ghiandaie imitatrici?
È un nome talmente sfigato che viene sfottuta persino dal suo amico (solo amico?), uno che si chiama Gale, che tra l’altro è un nome da donna, e che nonostante questo si diverte a storpiare il suo in Katnip. E giù matte risate per questo giocone di parole che solo lui capisce.
Considerando che l’altro tizio del loro distretto si chiama Peeta, a quanto pare i ricchi e i potenti hanno anche il monopolio dei nomi importanti. A Capitol City infatti si chiamano tutti Caesar, Seneca, Cato, Pier Silvio…
Ma non corriamo troppo avanti.
"Mi ti farei più che volentieri, Katfig. Però sto già con Hannah Montana e se ci
becca suo padre Billy Ray Cyrus so' cazzi. Quello è un cantante country old style!"
Tra gli altri motivi di sfiga di Katniss c’è che il padre è morto, la madre per il trauma è diventata tipo catatonica e così lei si deve occupare da sola al sostentamento della walking dead mom e della viziatissima sorellina Prim. Per farlo potrebbe decidere di fare la escort minorenne, però nel Distretto 12 sono tutti troppo poveri per potersi permettere una zoccola minorenne, e così, escludendo il furto di autoradio visto che nessuno ha un’auto figuriamoci una radio, decide di ripiegare sulla caccia.
Comunque, c'è anche gente che se la passa peggio di quelli del Distretto 12: ad esempio gli abitanti di Rosello, in Abruzzo, che hanno votato Moccia come Sindaco. Perché l'hanno fatto? Perché così sperano non abbia più tempo per scrivere libri o persino girare film. Sagge persone.
La sfiga principale di Katniss però è un’altra, e non riguarda solo lei bensì tutti i giovani: nella terra di Panem ogni anno vengono organizzati gli Hunger Games, che sono un misto tra Giochi senza frontiere e il Grande Fratello, però più divertenti visto che i Tributi concorrenti devono uccidersi fino a che non ne rimarrà solo uno. Spesso si è fatto lo scontato paragone con Battle Royale, ma a me sembra che siamo più dalle parti di Highlander.
A questi Hunger Games sono costretti a partecipare due giovani, un ragazzo e una ragazza, per ogni distretto. Un crudele modo che i potenti della terra di Panem hanno per ricordare a ogni Distretto l’affronto che hanno fatto quando, tipo 74 anni a.K. (avanti Katniss), avevano osato ribellarsi contro la capitale, che molto fantasiosamente si chiama Capitol City.
Come ogni anno, avviene quindi l’estrazione dei due nomi dei Tributi da sacrificare per il divertimento collettivo del pubblico di Canale 5 in questa sorta di talent-show. Pare che il governo Monti, per far fronte all’aumentare della disoccupazione giovanile, stia studiando un decreto legge analogo, così si libera un po’ di tutti questi giovani che cercano di rubare le poltrone agli anziani Strateghi.
"Ok, ho sbagliato a dire che X-Factor era un reality quasi decente... Però la vostra reazione non è un filo eccessiva?"
Il primo nome nel Distretto 12 che viene estratto da una tizia che sembra Lady Gaga ai tempi di Marie Antoinette è… rullo di tamburi…
Emma Marrone!
La gente del Distretto si guarda esterrefatta e terrorizzata: con lei come tributo, il reality rischia di trasformarsi in un talent-show stile Amici e sai che due palle? Magari poi spunta fuori pure Belen con delle stampelle manco fosse stata aggredita da degli animali ibridi.
Katniss allora grida: “Nooooooo! Emma Marrone no! Mi offro io come volontaria!”
Ed è così che Katniss si è sacrificata per il bene comune e ha partecipato agli Hunger Games.
"Panem! Panem a buon mercato! Nessuno vuole del panem?"
Viene poi estratto il nome del Tributo maschile: “E il secondo partecipante per il Distretto 12 è… Peto Merdark.”
Risate collettive, fomentate dal solito Gale.
“Ehm, scusate, ho letto male: Peeta Mellark.”
I due fortunelli partono quindi per il campo di concentramento, volevo dire per gli Hunger Games, su un treno che non parte dal binario 9 ¾ e non trasporta maghetti secchioni, però in compenso contiene ogni genere di leccornia e ogni tipo di comfort. Compresi i materassi che Katniss e gli altri del Distretto 12 hanno visto solo nelle televendite di Giorgio Mastrota.
Dal vagone-bordello esce poi fuori Woody Harrelson in versione Larry Flynt. Uno che in qualsiasi altro Distretto sarebbe considerato l’ubriacone del villaggio, mentre nel Distretto 12 è l’uomo più importante, visto che in passato è l’unico ad essere riuscito a vincere gli Hunger Games. Come abbia fatto è uno dei grandi misteri senza risposta del primo capitolo di questa saga e dell’umanità tutta. Ma se la Juve è riuscita a vincere lo scudetto con in panchina un uomo che ha rubato il parrucchino a Nicolas Cage, allora tutto può succedere.
Durante l’allenamento di preparazione per gli Hunger Games senza frontiere, Katniss si segnala per la sua grande dote.
I pompini?
No, la sua altra grande dote: il tiro con l’arco. La giuria di esperti che deve giudicarla, composta da Simona Ventura, Giampiero Galeazzi e dall’immancabile Mara Maionchi, la ignora e così lei per vendicarsi, con una mira che manco Robin Hood si sogna, riesce a infilare la mela nella bocca di un maiale. E non mi riferisco a Giampiero Galeazzi.
"Sì, brava Katnip! Lo vedi questo? Non è un gesto di rispetto di qualche distretto..."
"Lenny, ti rifaccio il riff di Are you gonna go my way
meglio di una ghiandaia imitatrice!"
Come stilista personale, Katniss si ritrova Lenny Kravitz. All’inizio era stato contattato per essere il suo vocal coach, però ha voluto farlo Morgan e allora alla fine Lenny ha dovuto ripiegare tirando fuori le sue doti fashion. Non essendo però quello dello stilista il suo lavoro, Lenny mentre si fa una canna si addormenta, la lascia cadere sull’abito, questo prende fuoco mentre Katniss lo indossa e la folla va in delirio.
È così che Katniss è diventata La ragazza che giocava con il fuoco? No, quello è un romanzo di Stieg Larsson già sotto copyright. Più semplicemente allora viene ribattezzata La ragazza di fuoco, e poi anche La ragazza Bic, visto che la Bic è l’unico sponsor che quell’ubriacone di Woody Harrelson è riuscito a trovarle.
Dopo tutta la fase preparatoria, dopo le interviste nello studio degli HG con Alessia Marcuzzi e i video RVM di presentazione dei protagonisti con sotto qualche toccante canzone dei Coldplay usata come colonna sonora e dopo Peeta che confessa il suo eterno amore per quella bella topolona di Katniss, ecco che finalmente hanno inizio i 74esimi Hunger Games. I giochi della fame. E nemmeno questa volta mi riferisco a Giampiero Galeazzi.
"Sì, va bene, è una bella figa. Però adesso potete girare sulla partita della Juve,
che sta solo vincendo lo scudetto?"
La tecnica messa a punto da Katniss per sopravvivere è la più ovvia: battersi fino alla morte? Ma và: scappare, scappare, scappare!
Cosa combina invece Peeta? Peeta si allea con i Favoriti, i Tributi dei Distretti ricchi. Un gruppo di palestrati che sembra uscito da Jersey Shore, giusto un po’ meno ingellati. Anvedi sto infame di Peeta. E meno male che era il ragazzo innamorato…
Il gruppo di bulletti scova Katniss che fino ad allora era andata a fare tranquille scampagnate per i boschi della zona a raccogliere margheritine. Lei però, agile come una kat, scappa in cima a un albero e lancia loro addosso un alveare di api geneticamente modificate. Roba da far insorgere Michela Vittoria Brambilla e tutte le associazioni animaliste. L’arma comunque si rivela efficace e Peeta la aiuta a scappare.
Ah, ecco, allora è ancora innamorato: la patata è sempre più potente di tutto, persino delle alleanze con i tamarri di Jersey Shore, e quindi Peeta prosegue nella sua unica missione personale degli Hunger Games. Sopravvivere? No, infilarsi nel triangolino inesplorato (che sia effetivamente inesplorato poi è tutto da vedere) della micetta Katniss. La quale, nel frattempo, si è alleata con Rue.
Chi è Rue?
"Heil Hitler! Volevo dire... Heil Panem!"
Rue è una piccoletta del Distretto 11 che avrà sì e no 11 anni ma ne dimostra massimo 6. Madonna, che allenza! Vai Katniss, che con ‘sta bimbetta hai proprio il culo parato. Hai già la vittoria in tasca!
Katniss, che fino ad allora aveva fatto la dura e pura hardcore con sempre indosso la maglietta dei Metallica che ormai cominciava a puzzare, si ricorda di essere pur sempre una ragazzina di 16 anni e con la amichetta regredisce allo stato bimbominkia. Le due si mettono così a fischiettare un pezzo dei One Direction, che viene subito riprodotto dalle ghiandaie imitatrici, che scaricano il pezzo da eMule, lo masterizzano illegalmente, lo ricantano e poi postano il video su YouTube, sperando che i loro idoli lo sentano e lo pubblichino tramite la loro pagina Facebook.
Sentendo questo pezzo, le due si ricordano così che il mondo è un posto ingiusto, in cui un gruppo di ragazzini può essere mandato a massacrarsi fino alla morte negli Hunger Games, mentre un altro gruppo di ragazzini come gli One Direction spopola non solo nelle classifiche musicali, ma pure nelle classifiche dei libri.
Da brava bimbaminkia che si rispetti, Rue si distrae con le soavi (?) melodie dei One Direction, e finisce prigioniera degli altri Tributi cattivoni, i quali escogitano una trappola per Katniss che puntuale ci casca. Però Katniss, astuta, arriva allo scontro con un paraorecchie che la protegge dalle melodie in realtà infernali dei One Direction, mentre ai Tributi cattivoni, privi di paraorecchie, fanno scoppiare la testa. Peccato che nello scontro muoia anche la piccola Rue. Come gesto di sfida nei confronti dei potenti di Panem, e nei confronti degli amanti di bella musica in generale, Katniss dedica una canzone dei One Direction alla gente del Distretto 11. Nel Distretto si generano scene di panico, con le fan della giovane band britannica in delirio.
"Ma tu chi sei? Gli Hunger Games non li conduce più la Marcuzza?"
A sorpresa, la voce di Alessia Marcuzzi interrompe la canzone e annuncia una nuova regola del gioco: nel caso due tizi dello stesso Distretto arrivino fino in fondo vivi, allora vinceranno entrambi. E così Katniss va alla ricerca di Peeta. Un po’ per averlo come nuovo alleato, un po’ perché è già passata qualche settimana dall’inizio dei giochi e le è venuta un gran voglia di trombare.
Lui però è malconcio e ha qualche problemino lì sotto, nei Paesi Bassi. Per aiutarlo, Woody Harrelson gli fa mandare da uno sponsor una confezione di Viagra. Ma… niente. Non basta nemmeno quello. Katniss, delusa, non sa più che fare. A casa il suo amico Gale preferisce dare la caccia agli scoiattoli piuttosto che alle sue mutandine, lì a Peeta non gli si alza la bandiera… Ma cosa c’hanno, ‘sti ragazzi del Distretto 12?
Nel frattempo, il perfido Cato uccide l’altro concorrente del Distretto 11, mentre Faccia di Volpe si rivela tutto fuorché astuta come una volpe, mangia una confezione di bacche su cui c’era scritto a caratteri cubitali: “SE LE MANGI MUORI!” e… muore.
In gara sono rimasti dunque soltanto Cato, Peeta e Katniss.
Katniss, sempre più in crisi d’astinenza, propone un ménage à trois, sai mai che a Peeta in questo modo non gli si risvegli l’ormone. Però oh, non c’è niente da fare. A quello non gli si alza proprio. La produzione del GF, pardon degli HG decide così di mandare degli animali transgender. Con quelli, Peeta comincia ad eccitarsi e Cato, in preda alla paura, decide di farsi sbranare piuttosto che finire vittima della sorprendente proboscide di fassbenderiana memoria spuntata a Peeta.
"Coraggio Katniss, dopo i One Direction ti canto io una canzone: I Belong to You"
"Ah, ma allora almeno uno che non è un Hunger Gay in tutta Panem c'è!"
Sono rimasti così solo Katniss e Peeta e, secondo il nuovo regolamento, entrambi hanno vinto. E invece no. Nuovo colpo di scena: la voce di Alessia Marcuzzi dice che le regole sono cambiate un’altra volta e ci può essere un solo vincitore.
Che fare, allora? Katniss e Peeta pensano di suicidarsi e per farlo il modo più veloce è uno solo. Le bacche velenose che hanno fatto morire quella volpona di Faccia di Volpe?
Ma no, il metodo più rapido è ascoltare una melodia dei One Direction. Quando Katniss sta per fischiettarla in modo che le ghiandaie imitatrici possano riprodurla nei loro stabilimenti Made in China, ecco che la voce di Alessia Marcuzzi li interrompe: “Ma no, ah rigà, ve stavamo a pija’ per culo! Lo sapete come siamo noi dei reality-show, ci piace scherzare e fare sorprese peggio del Puffo Burlone. Avete vinto tutti e due! E, indovinate un po’, in studio ci sono degli ospiti a sorpresa venuti apposta per voi: i One Direction!”
A quel punto, Katniss fischietta la melodia di “What Makes You Beautiful” che viene riprodotta dalle ghiandaie imitatrici. Tempo pochi istanti, e le orecchie di Katniss e Peeta cominciano a sanguinare. I tizi della produzione riescono però a intervenire in tempo e a salvarli miracolosamente.
Sul treno che li riporta a casa nel Distretto 12 da vincitori, Peeta chiede a Katniss cosa faranno ora.
“Dobbiamo dimenticare. Dimenticarci dei One Direction,” le consiglia lei.
“Ma non ce la faccio, il loro pezzo è troppo irresistibile. Ormai non riesco più a togliermelo dalla testa” e si mette a canticchiare e a ballare:
Baby you light up my world like nobody else The way that you flip your hair gets me overwhelmed But when you smile at the ground it aint hard to tell You don't know Oooh Oooooh You don't know you're beautiful
Scesi dal treno, Gale si unisce a lui nella coreografia della canzone. Katniss li guarda e alla fine realizza:
“Mi sa che nel prossimo episodio saranno loro due i protagonisti di un nuovo reality. E, chissà perché, ho come l’impressione che il titolo verrà cambiato in Hunger Gays…”
Clicca QUI se vuoi leggere la recensione cannibale seria (o quasi) di Hunger Games.
Oddio. Ci becchiamo le notizie economiche già su giornali e telegiornali (a parte Studio Aperto che parla solo di omicidi brutali alternati a immagini di cani, gatti & topa), e adesso dobbiamo sorbirci pure quell’esaltato del Cannibal Kid?
Quasi quasi lo preferiamo quando parla di Justin Bieber…
E invece oggi vi tocca. Lezione di economia. In cattedra non 3monti, bensì una persona che (forse) ne capisce ancora meno: il prof. Cannibal “The Economist” Kid.
Margin Call
(USA 2011)
Regia: J.C. Chandor
Cast: Kevin Spacey, Paul Bettany, Zachary Quinto, Penn Badgley, Stanley Tucci, Simon Baker, Jeremy Irons, Demi Moore, Mary McDonnell, Aasif Mandvi
Genere: new economy, new cinema
Se ti piace guarda anche: Wall Street, Wall Street 2, Too big to fail, Inside Job, Tra le nuvole, In Good Company, Collateral
Margin Call è il film di oggi. Perché oggi per una volta non parleremo di teen, di lupi mannari o vampiri.
Hey, un momento. Forse di teen sì, visto che tra i protagonisti c’è Penn Badgley finalmente fuoriuscito da Gossip Girl. Ed hey, forse anche di vampiri. Di vampiri che invece del sangue ci succhiano i soldi. E forse pure di lupi.
Tra le prime scene, ce n’è infatti una cruciale in cui un giovane broker si infila le cuffie nelle orecchie e si ascolta una canzone chiamata “Wolves” dei Phosphorescent, il cui testo è decisamente simbolico e la musica diventa parte della narrazione filmica, in maniera analoga a quanto avviene alle canzoni di Aimee Mann in Magnolia.
mama there's wolves in the house mama they won't let me out mama they're mating at night mama they wont make nice
trad. mamma, ci sono i lupi alla porta mamma, non mi faranno uscire mamma, si accoppiano di notte mamma, non sarà una cosa piacevole
Torniamo al film. Anzi, torniamo all’economia.
Per prima cosa: cos’è il “margin call”?
Certo che siete ignoranti come le capre, direbbe un certo Vittorio Sgarbi. Anch’io devo ammettere che prima di vedere questo film non lo sapevo. Adesso che ho visto il film non credo che le mie finanze ne beneficeranno più di tanto, però almeno mi sono fatto una mezza cultura in materia e la prossima volta non impedirò che qualche broker o banchiere me lo ficchi in culo, ma almeno saprò in che modo me lo ficca in culo.
La definizione economica di Margin Call comunque è la seguente:
"È la richiesta fatta all'investitore, da parte dell'intermediario in titoli, di integrare il quantitativo di contante o titoli di Stato depositato in garanzia presso lo stesso intermediario. Questa richiesta viene avanzata quando il variare delle condizioni di mercato rende insufficiente il margine disponibile a tutelare l'intermediario dalle perdite."
Ok. Anch’io non c’ho capito niente. Però il film in qualche modo rende la questione economica molto più semplice e immediata. Ce la racconta come se dovesse spiegarla “a un bambino o a un golden retriever”, così come fa il genietto Zachary Quinto (Sylar di Heroes, Spock dell’ultimo Star Trek e recente guest-star di American Horror Story) con Jeremy Irons, il mega direttore galattico della sua azienda che in realtà pure lui di economia non ne capisce una mazza.
Il film sembra avere un cast della madonna. Dico sembra perché se andiamo a rifletterci bene, i nomi altisonanti che spiccano negli ultimi tempi non hanno certo fatto tutti ‘sti filmoni e anzi stavano annaspando ai margini di Hollywood.
Kevin Spacey? Per lui i bei tempi di 7even, I soliti sospetti e American Beauty erano lontani da un bel pezzo.
Jeremy Irons? Finito a fare il Papa nella serie dei Borgias.
Demi Moore? In grado di far parlare di sé solo per il suo divorzio da Ashton Kutcher più che per i suoi (inguardabili) film recenti.
Paul Bettany? Oh my God, lui era quello passato nel giro di un paio di stagioni dall’essere una delle grandi promesse di Hollywood a robacce come Legion, Priest e The Tourist. Sì, ho detto proprio The Tourist!
Tutti i ruoli di merda da loro interpretati in questi ultimi anni? Cancellati come per magia e tutti sono tornati in forma strepitosa e con dei grandi personaggi, a parte forse giusto quello di Demi Moore che poteva essere approfondito meglio.
Insieme a loro ci sono anche un ottimo Stanley Tucci e qualche volto noto del piccolo schermo, come Simon “The Mentalist” Baker e le due nuova leve già citate: Zachary Quinto e Penn Badgley. Sono loro i due veri protagonisti di questa sorta di Odissea, un viaggio tutto in una notte alla Collateral dentro il più grande collasso della storia economica recente. Loro che sono due pesci piccoli, due poco più che stagisti di cui i pesci grossi, gli squali lupo, non sanno manco il nome, si ritrovano a dover fronteggiare la crisi della loro società che potrebbe portare a una crisi ben più di scala mondiale.
Sono loro i nuovi yuppie. Qualcuno di loro lotta per rimanere umano. Come Kevin Spacey che piange per la morte del suo cane, o uno Zachary Quinto che cerca nella musica un rifugio. Mentre Penn Badgley rappresenta bene lo yuppie zombie di oggi, svuotato del divertimento e del sogno della bella vita che animava i suoi “colleghi” anni ’80 come quelli interpretati da Michael J. Fox e Charlie Sheen per non parlare della variante milanese/berlusconiana/vanziniani degli Yuppies Boldi/Calà/De Sica/Greggio. Del loro edonismo non è che rimasta una pallida ombra e tutto ciò che si chiede il personaggio di Badgley è quanto una persona guadagni in un anno. Solo questo.
Questo film non è un documentario, eppure riesce a spiegare il perché la crisi economica mondiale è iniziata. Quasi come se fosse semplice farlo e lo fa proponendoci un tutto in una notte mozzafiato quanto raggelante, in grado di riportare alla mente lo splendido Collateral di Michael Mann. A firmare la notevole regia, in pieno stile new-american, e la ancora più notevole sceneggiatura, ricca di dialoghi di una profondità pazzesca e scene molto simboliche, è l’esordiente J.C. Chavez, uno che se non si brucia ci riserverà ancora un sacco di belle sorprese. Oh, se ce le riserverà!
C’è crisi dappertutto. Dappertutto c’è crisi. Che poi c’è sempre qualcosa per cui essere preoccupati. Ricordate per caso un periodo in cui potevamo dire: “Oh, adesso il mondo sta andando bene. Possiamo stare tranquilli.”
No, c’è sempre qualcosa. L’11 settembre. Bush. Berlusconi. L’Iraq. L’Afghanistan. Adesso c’è la crisi economica. Monti. La manovra. I sacr...
bueeeeeeeeeeeeh ueeeeeeeeeeh sigh sob
sob sigh
Non si può mai stare tranquilli. Quand’è che vanno bene le cose, nel mondo? Mai.
Guardiamo al passato come il protagonista della Midnight in Paris di Woody Allen e pensiamo che fosse meglio. Era sempre meglio. Magari è davvero così. Magari il mondo continua davvero a peggiorare. È questa la vera recessione. Peggioriamo sempre. Diventiamo esseri umani un pochino peggiori di chi ci ha preceduto. Siamo sempre più disposti a scendere. Scendere di livello, abbassarci ai compromessi, rinunciare a ciò che crediamo giusto perché in un periodo di crisi non si può stare ad ascoltare la propria coscienza e pensare troppo a cosa è giusto e cosa no. Ci dicono che dobbiamo fare in fretta. Bisogna sbrigarsi, correre. Dobbiamo lavorare, produrre, essere “responsabili”. Viviamo in un fottuto mondo di pazzi che si muovono alla velocità della luce, anzi no oggi bisogna dire dei neutrini, e in realtà sono tutti fermi.
I film e le serie tv in circolazione oggi possiamo dividerli in due grandi categorie: quelle che ci mostrano la realtà nuda e cruda e quelle che cercano di farci evadere da essa. Se Margin Call è la punta di diamante della prima categoria, delle seconde abbiamo un sacco di esempi, soprattutto seriali, con le varie saghe cinematografiche che raggranellano milioni su milioni di dollari ai botteghini e con le varie serie a tematica più o meno fantasy. A sorpresa, la definizione più azzeccata per la crisi l’ho trovata proprio in una di queste ultime, in una frase del nuovo telefilm favolistico Once upon a time:
“Noi li derubiamo, e loro derubano qualcun altro. Si chiama economia.”
Questa è la spiegazione breve. Se volete quella un po’ più lunga, guardate questo spettacolare film. Non vi smaronerà con noiosi dettagli economici. Non sarà come un discorso di Draghi o Monti. Vi dirà perché oggi c’è la crisi economica e perché una volta finita questa ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora.
No, non insistete: non ve lo dirò io il perché. Ci penserà Margin Call. Il film da vedere oggi per capire lo ieri e conoscere il domani.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di Contattarmi per la loro immediata rimozione all'indirizzo marcogoi82@gmail.com