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lunedì 23 giugno 2014

SMETTO QUANDO VOGLIO DI TENERE UN BLOG





A 25 anni ho conseguito una laurea specialistica in Comunicazione Multimediale e di Massa presso l’Università di Torino con il massimo dei voti. Massimo dei voti è così per dire, per fare scena, però comunque sono uscito con una buona votazione. Dopodiché non mi sono fermato lì e ho anche preso un Master in Management dei Processi Creativi alla prestigiosa università IULM di Milano, in cui hanno studiato personalità come Giorgia Surina, Melissa Satta, Nina Zilli e la figlia di Carletto Ancelotti, attuale campione d’Europa con il Real Madrid. Gente importante, insomma.
Nell'aprile 2008 ho inoltre aperto un blog, Pensieri Cannibali, che ha riscosso un successo crescente e ha ottenuto riconoscimenti di tutto rispetto. Nel novembre 2010 Julian Assange ha sostenuto di essersi ispirato proprio al mio sito per la creazione di WikiLeaks. Il giorno dopo è stato arrestato. Non so se i due eventi siano in qualche modo correlati.
Nell'ottobre 2011 Steve Jobs ha dichiarato: “Pensieri Cannibali è il futuro del blogging”. Il giorno seguente è venuto a mancare. Anche in questo caso non so dire se esista una relazione diretta tra i due fatti.
Sono poi arrivate le nomination ai Macchianera Awards, il secondo posto nella classifica di eBuzzing dei blog cinematografici più influenti d’Italia dietro l’insuperabile e maledettissimo Cineblog, la copertina del Time Magazine che ha inserito Pensieri Cannibali tra le invenzioni più importanti nella Storia di Internet insieme a Google, Napster e YouPorn.
Tutto questo però sulla stampa italiana non mi è valso neanche un trafiletto nella rubrica di Cinema, cultura e manifestazioni a fianco dei necrologi sul bisettimanale locale della mia zona, Il Monferrato. Né tanto meno mi è servito per ottenere un qualche posto di lavoro che durasse più di qualche mese… ho detto mese? Volevo dire settimana, con contratto a progetto part-time co.co.pro per un periodo di prova non retribuito in cui, in caso di recesso senza preavviso di almeno 6 mesi, devi tu stesso rimborsare l’azienda che ti ha “assunto”. In caso contrario, rischi un periodo di detenzione tra i 5 e i 10 anni con facoltà del giudice di assegnarti o meno anche la pena di morte.
L’ultima insoddisfazione è arrivata con la recensione di Smetto quando voglio di cui vi propongo qui sotto uno stralcio.

Smetto quando voglio
(Italia 2014)
Regia: Sydney Sibilia
Sceneggiatura: Sydney Sibilia, Valerio Attanasio, Andrea Garello
Cast: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Valerio Aprea, Lorenzo Lavia, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, Neri Marcorè, Caterina Shulha
Genere: alla matriciana
Se ti piace guarda anche: Breaking Bad, Santa Maradona

Smetto quando voglio la smette con il cinema italiano provinciale, per rivolgere uno sguardo aperto al globo intero. Le basi di partenza sono comunque quelle nazionali. Il lungometraggio d’esordio del salernitano Sydney Sybilia, autore finora soltanto di una serie di corti, è neorealismo 2.0. O dovremmo forse dire 3.0, viste le continue evoluzioni del mondo del web?
Non divaghiamo.
Smetto quando voglio è un po’ il Ladri di biciclette dei giorni nostri. Ladri di biciclette che è stato inserito nell’elenco del Ministero dei Beni Culturali tra i “100 film italiani da salvare” e la cosa mi sta anche bene. Quello che non mi sta tanto bene è il destino riservato a tutte le pellicole che invece non sono finite nel suddetto elenco. Di quelle cosa ne facciamo? Non sono da salvare, quindi vuol dire che fanno schifo? Vuol dire che le dobbiamo buttare via? Ma la finiamo con questo elitarismo culturale di bassa lega?
Il paragone con Ladri di biciclette potrebbe far storcere il naso qualcuno. Quei parrucconi che si sono scandalizzati per qualche battuta volgare di Paolo Ruffini ai David di Donatello, ad esempio.
Mmm… in effetti quelle battute facevano davvero schifo e non erano per niente divertenti, però l’accanimento mediatico che si è creato nei confronti di questo povero sfigato senza talento e senza cervello (tanto per omaggiare il suo esordio da regista) non vi sembra un tantino eccessivo? 
Comunque, in maniera analoga a quanto Ladri di biciclette faceva a fine anni Quaranta, Smetto quando voglio riesce a essere un ritratto della difficoltà del vivere nel presente, in questo caso di un gruppo di laureati altamente specializzati che sono costretti a barcamenarsi tra lavori non all’altezza dei loro studi, in mezzo a persone che non capiscono la loro genialità. Smetto quando voglio va però oltre la semplice fotografia realista per immergersi in un mondo di fiction. La vicenda del ricercatore di neurobiologia che si mette a spacciare droga prende dichiaratamente spunto dalla serie americana Breaking Bad, uno dei fenomeni televisivi di culto degli ultimi anni. Così come allo stesso tempo il film è ricco di riferimenti al cinema hollywoodiano, a quei blockbuster alla Ocean’s Eleven o alla Armageddon in cui viene messo insieme un gruppo variegato di individui alquanto singolari per organizzare una missione speciale. In questo caso la missione è creare e spacciare una pasticca di livello superiore a tutte le altre droghe in circolazione a Roma.
Il lavoro di Sydney Sibilia riesce a camminare in perfetto equilibrio sulla sottile linea rossa che sta a metà strada tra cinema nazionale e internazionale, tra racconto sociale di estrema attualità e puro spettacolo cinematografico, complice una fotografia molto all’americana e un bell’uso della stilosa colonna sonora che mixa il pop-punk degli Offspring, l’indie-rap di Jamie T e il metal delirante della Diablo Swing Orchestra con l’elettronica di Vitalic, la tamarraggine dance degli Swedish House Mafia e delle ottime musiche originali. Senza dimenticare la fenomenale campagna di marketing che ha accompagnato il lancio del film.

Nota di merito inoltre per il cast, composto da giovani talenti che speriamo di vedere ancora utilizzati al meglio come Edoardo Leo e il nuovo Giuseppe Battiston, ovvero Stefano Fresi, insieme ai simpatici Paolo Calabresi e Pietro Sermonti dalla serie Boris, un Neri Marcorè in versione cattivone, una Valeria Solarino così così e un Libero De Rienzo che ricollega idealmente questo film a un altro dei (pochi) cult generazionali italiani del nuovo millennio, Santa Maradona.
Smetto quando voglio allora è il nuovo Ladri di biciclette, o magari anche no. Forse, più probabilmente, è un Breaking Bad all’amatriciana o, meglio ancora, è il nuovo Santa Maradona. Un film fresco, dal ritmo indiavolato, in grado di intrattenere e divertire dal primo all’ultimo spettacolare istante, grazie a una sceneggiatura magari non originalissima ma architettata in maniera ottima e con tutte le cosine giuste al posto giusto nel momento giusto. Smetto quando voglio non si smetterebbe davvero mai di guardarlo.
(voto 8/10)

Questo era giusto un estratto, ma nel corso della recensione completa mi lanciavo anche in dissertazioni sulla neurobiologia e sulla sua connessione stretta, più stretta di quanto si potrebbe mai immaginare, con il cinema. Si trattava di un post mastodontico, degno a mio modesto parere di un Premio Pulitzer o se non altro di una segnalazione sul sito di Repubblica al posto dell’approfondimento sull’ultimo taglio di capelli di Neymar. Invece niente. Il massimo che ho ottenuto sono stati un paio di like su Facebook.
Sconfortato da tutto ciò, ho deciso di mettere da parte Pensieri Cannibali e di aprire un nuovo sito, leggermente ai confini con la legalità. L’ho chiamato Drugbook, è un social network che si propone di mettere in contatto spacciatori e clienti di sostanze più o meno lecite. Ci sono gruppi dedicati alla marijuana, alla cocaina, all’eroina, alle Big Babol, perché c’è gente drogata anche di Big Babol. Il sito non è in alcun modo responsabile dei contenuti postati dagli utenti, quindi non viola alcuna legge, in teoria. In pratica al momento sono sotto indagine e ogni mio movimento sia fisico che in rete viene controllato, però sono fiero del mio sito.
Mi chiamo Marco Goi e sono un blogger.
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